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  • L'altruismo dei poeti
    Non basta un bosco a contenere i versi d'un poeta, né il firmamento...
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Ho letto di un medico di Pesaro che ha dichiarato: "I no-vax li curo, ma non devono parlarmi perché mi fanno schifo". Una dichiarazione simile mi farebbe non soltanto dubitare della solerzia del medico nel curarmi, essendo non vaccinata, ma mi farebbe del tutto evitare l'ospedale in cui quel...
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Tante volte è capitato nella storia che la massa trovasse normali cose che non lo erano affatto. L'antisemitismo e il razzismo, per fare un esempio, non erano l'eccezione di un gruppo di fanatici ma l'atteggiamento comune e corrente delle principali società "civili" dei primi del Novecento...
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Un articolo del Frankfurt Allgemeine prova a tracciare un parallelo tra il bipolarismo della Guerra Fredda e quello di oggi tra Stati Uniti e Cina. Scrive – con piena ragione – che la guerra fredda è stata alla base della prosperità dei paesi europei e si chiede come mai la stessa cosa non stia...
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Ieri accedendo al mio profilo personale – quello col mio nome e cognome, al quale accedo rarissimamente – ho letto una discussione sul covid che impegnava il mio cardiologo e alcuni medici, sostenitori del vaccino, alla quale ho sentito l’esigenza di dire la mia, anche perché il dibattito è...
  1. Ho letto di un medico di Pesaro che ha dichiarato: "I no-vax li curo, ma non devono parlarmi perché mi fanno schifo".
    Una dichiarazione simile mi farebbe non soltanto dubitare della solerzia del medico nel curarmi, essendo non vaccinata, ma mi farebbe del tutto evitare l'ospedale in cui quel medico lavora. Ma probabilmente mi terrei alla larga da qualunque ospedale, nel timore di trovare altri medici che la pensano allo stesso modo.
    E se un trivaccinato si presentasse in ospedale col Cov19? Se lo stesso finisse in terapia intensiva?
    Godrebbe della pietà che si concede all'agnello sacrificale. Perché non è tanto il fatto che tu sia immunizzato o no a contare, quanto la tua disponibilità a immolarti per "il bene comune". A quello che è un vero e proprio sentimento religioso, di quelle religioni che richiedevano sacrifici umani per placare un'invisibile entità capricciosa e potenzialmente distruttiva, non si può ribattere con argomentazioni ragionevoli, coi dati, coi fatti. Puoi vantare un numero spropositato di lauree, una preparazione accademica solida (come un Cacciari, ad esempio), ma, se non ti pieghi al diktat attuale, fai schifo, sei un ignorante, un terrorista, una persona squilibrata (sì, pure questo hanno insinuato, pagando psicologi compiacenti), non sei degno di vivere in una comunità umana.
    Le pecore nere, checché si propagandi nei messaggi di finta trasgressione dei soliti giri progressisti, non sono mai ben viste. Turbano il quieto vivere, mettono gli altri - gli agnelli sacrificali - in costante contatto col loro essere fondamentalmente codardi o, peggio, collaborazionisti. Se esiste un gruppo dissidente, quello compiacente è costretto a porsi delle domande. E quando la risposta non piace, si diventa aggressivi.
    Ho conosciuto vaccinati che si sono vaccinati nella convinzione di essere immunizzati e che non pretendono che tutti facciano lo stesso: hanno il massimo rispetto e la loro stessa esistenza mi dà sollievo, perché significa che ci sono ancora persone che hanno ben chiari certi principi, come quello della libertà individuale di non accettare un trattamento sanitario.
    Molti altri, purtroppo, si confermano i peggiori servi di regime. E mi dispiace per la loro coscienza. Ma solo per quella.
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  2. Tante volte è capitato nella storia che la massa trovasse normali cose che non lo erano affatto. L'antisemitismo e il razzismo, per fare un esempio, non erano l'eccezione di un gruppo di fanatici ma l'atteggiamento comune e corrente delle principali società "civili" dei primi del Novecento, oltre ad aver impregnato tutte le più importanti personalità intellettuali dell'Ottocento, quelle che si studiano nelle scuole superiori. Hitler e Mussolini non crearono nulla dal nulla, si limitarono solo a raccogliere un malcontento esistente che convogliarono nell'azione politica che tutti conosciamo.
    Oggi tutti trovano normale costringere di fatto le persone a farsi un vaccino e, per giunta, senza assumersene la responsabilità, rifiutando vigliaccamente di obbligarle a farselo - cosa che costringerebbe le autorità ad assumersele di fronte alla gente e alla storia - e rendendo la vita impossibile a chi, semplicemente, non per sfiducia nella scienza ma per mancanza di fiducia acritica, di fronte alle opinioni e alle obiezioni di intellettuali e medici, decide di aspettare.

    I renitenti alla leva vaccinale da domani verranno sottoposti a misure che ricordano epoche che tutti speravano archiviate per sempre nei libri di storia. E si badi bene che non sto paragonando noi non vaccinati agli ebrei, me ne guarderei bene dal farlo. Semplicemente, l'approccio di questa emergenza è stato strutturato in modalità tali da consentire che nascesse un dissenso da individuare per poi perseguitare. Le pulsioni autoritarie di questo regime non nascono certo col covid, già erano presenti in nuce. Ma mancava il pretesto per perseguitare chi non vuole adeguarsi. Esiste un'ampia fetta di persone che vuole rimanere italiana e non confondersi col grande calderone globalprogressista. Quale occasione più proficua di fare in modo che costoro vengano marchiati come untori del virus, facendo in modo che le due cose coincidano?
    Non è vero che i non vaccinati sono i nuovi ebrei. I nuovi ebrei siamo noi che non ci rassegniamo a non essere più italiani, che non ci rassegniamo all'idea che i sacrosanti diritti individuali dei gay si debbano fermare di fronte ad altri diritti, quelli dei bambini per esempio, di avere una madre e un padre. Che non vogliamo una società multiculturale e multirazziale perché multiculturalismo e multietnicità non sono che l'altra faccia del pensiero unico e della razza ariana. In sostanza noi che vogliamo che i gay vivano, come è non soltanto giusto ma finanche sacrosanto che sia, la propria vita sentimentale e sessuale, ma lascino ai bambini il diritto di avere una madre e un padre; che sosteniamo ed anzi rivendichiamo la bellezza dello scambio con diverse culture e razze, al tempo stesso però pretendendo di conservare la nostra unicità e di difenderci dai tentativi altrui di omologazione.

    Da domani, Lunedì 6 Dicembre 2021, non è in pericolo soltanto il diritto di decidere per la propria salute. E' in pericolo un'interminabile sfilza di valori, il cui sacrificio non è finora chiaro a chi è corso a vaccinarsi illudendosi che la questione finisse lì.
    Di tutto questo, ce ne accorgeremo un giorno. Quando tutto sarà chiaro. E quando scopriremo che, come i nostri nonni e bisnonni abbiamo consegnato il nostro spirito critico a personaggi che solo quel giorno ci appariranno in tutto il proprio avvilente squallore così come oggi troviamo assurdo che la gente possa aver obbedito un tempo a certi personaggi.
    Quando quel giorno arriverà, molti saranno costretti a chiederci scusa. E, da buoni italiani, tutti faranno a gara a chi aveva capito prima degli altri, molti si inventeranno ruoli nella resistenza a questo regime che non hanno mai avuto, tutti piangeranno evocando giornate della memoria.
    Ma nessuno imparerà nulla. Perché noi italiani, come diceva Ugo Ojetti, "siamo un popolo di contemporanei, senza antenati né posteri perché senza memoria".
    Un giorno ci vergogneremo di ciò che oggi troviamo normale, così come oggi ci vergogniamo di ciò che ieri trovavamo normale.
    E' la normalità la vera tirannia, il conformismo, la lotta all'individualità, all'unicità. Ad essere perseguitati, in realtà, non sono tanto i non vaccinati ma coloro che, di fronte ai diktat del pensiero unico, mantengono uno spirito critico.
    Ma non lo impareremo mai.
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  3. Un articolo del Frankfurt Allgemeine prova a tracciare un parallelo tra il bipolarismo della Guerra Fredda e quello di oggi tra Stati Uniti e Cina. Scrive – con piena ragione – che la guerra fredda è stata alla base della prosperità dei paesi europei e si chiede come mai la stessa cosa non stia accadendo con la Cina, dicendo di trovare assurdo che i paesi europei non ne approfittino.
    Ma quando una spiegazione è assurda, semplicemente la spiegazione è un’altra e proveremo qui ad identificarla.


    L’autore, dicevamo, ha perfettamente ragione quando scrive che il conflitto ideologico ma mai, per fortuna, bellico tra Stati Uniti e URSS è stato alla base dei nazionalsocialismi in Europa prima e delle moderne società di oggi. Apparentemente diversi tra loro – i primi totalitari, le seconde democratiche – ma uniti dall’ideologia del compromesso tra capitale e lavoro, sia il fascismo che il nazismo furono apertamente finanziati da americani e inglesi, i quali semplicemente temevano che i paesi europei, impoveriti dalle guerre, si facessero sedurre dall’URSS che nel 1917 aveva fatto la sua comparsa nel proscenio europeo. La minaccia sovietica è stata sia alla base del grande successo che fascismo e nazismo incontrarono nei paesi europei, sia della prosperità del tutto fasulla del dopoguerra. Col crollo dell’URSS, gli americani e gli inglesi, veri proprietari dell’Occidente, decisero di riprendersi lentamente tutto ciò che avevano prestato (facendo finta di donarglielo) ai paesi europei. Fu il tempo delle svendite, delle privatizzazioni, dello smantellamento dello stato sociale universale, tutte conquiste dei nazionalsocialismi.
    Oggi che è comparsa la Cina, l’autore si chiede perché non sia possibile ricreare le medesime condizioni, dal momento che quel gigante asiatico ha un’ideologia molto simile. E la risposta, che presupporrebbe chissà quali competenze geopolitiche o storiche, in realtà è semplicissima. L’URSS si proponeva come interlocutore del proletariato europeo alla cui miseria contrapponeva una serena povertà. La Cina si propone come interlocutore di società europee grasse, caratterizzate da una finta ricchezza che in realtà è puro e semplice debito che può, in qualsiasi momento, crollare facendoci piombare nella miseria.


    Se gli Stati Uniti stanno rivelando la perfidia del proprio sistema ideologico, la Cina non può costituire né un’alternativa né una scappatoia. Il sistema cinese in linea di principio assicura a tutti la stessa serena povertà sovietica. Ma vi aggiunge un totale spregio dei diritti a cui noi occidentali siamo stati abituati. L’uomo occidentale ha l’illusione di essere libero. Di vivere una vita che vada oltre la sua effettiva dimensione di pollo da batteria. Ma se Washington piange, Pechino non ride. Il cinese medio non è che un’ape di un’alveare che può essere in qualsiasi momento soppressa per mille ragioni o forse nessuna. Il diritto cinese prevede la pena di morte per reati che qui in Italia al massimo prevedono un’ammenda. Come si può pensare che possa costituire il punto di approdo di popoli europei panciuti che, abbracciato il sistema cinese, dovrebbero rassegnarsi a lavorare come animali mediante paghe da fame, per poi essere soppressi magari da qualche finto vaccino?
    Porsi la domanda su chi sarà il nostro salvatore presuppone lo stesso medesimo errore che ci ha fatto abbracciare gli americani: nessuno salva nessuno gratis. Poi che il conto si paghi a scoppio ritardato come sta avvenendo qui in Occidente dove tutti si stupiscono della piega totalitaria che si è presa dopo la vicenda Covid, senza neanche provare a porsi il dilemma che questo sia semplicemente lo svelamento della finzione che voleva gli americani protettori delle tasche e dei sederi europei, questo ci dà l’idea di quanto gli esseri umani amino adagiarsi sulle proprie illusioni, trasformando in salvatori, in angeli, autentici farabutti abilissimi a manipolare la realtà sensibile. Un errore che nelle vicende pubbliche e in quelle private, commettiamo un po’ tutti, ogni giorno.


    Non so come finirà tutta questa storia. Forse non arriverò a vederla. Forse arriverò a vederla ma sarò troppo vecchio per goderne i frutti. Forse il giorno che arriverà sarò un grandissimo eroe in grado di gestirla, discutendone con un grande capo religioso, mentre nell’ospizio in cui sono ricoverato per qualche demenza arriveranno gli infermieri a sedare un matto che si crede un famoso rivoluzionario e l’altro che si crede papa. Quello di cui sono sicuro è che quando quel giorno arriverà, questo sarà un mondo sicuramente diverso da come è adesso. Dove si ritorna alla sana realtà. Quella che ci dice che i liberatori non liberano nessuno, realizzano solo un passaggio di proprietà. Dove non si fanno debiti se non si ha un serio piano di rientro economico. Dove se si viene aggrediti, ci si difende: magari attaccando per primi i potenziali aggressori. Dove si accetta l’idea che i diversi vengano emarginati, non perché sia in sé “giusto” farlo, ma perché purtroppo l’architettura del sistema nervoso umano funziona così e alterarlo significherebbe trasformare l’umanità in un ospedale psichiatrico.
    Un mondo forse molto più spietato di quello che si è raccontato favole negli ultimi ottant’anni. Ma sicuramente migliore.


    Una cosa è certa. Un detenuto che voglia evadere da un carcere, deve liberarsi del carceriere più pericoloso: se stesso, la sua sudditanza psicologica, i suoi megalomaniaci sogni, l’illusione che ci sia qualcuno che voglia salvarci.

    Questa volta non ci salverà nessuno. Ci salveremo soltanto da soli.

    FRANCO MARINO
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  4. Ieri accedendo al mio profilo personale – quello col mio nome e cognome, al quale accedo rarissimamente – ho letto una discussione sul covid che impegnava il mio cardiologo e alcuni medici, sostenitori del vaccino, alla quale ho sentito l’esigenza di dire la mia, anche perché il dibattito è avvenuto in maniera civile e quindi sentivo di poter conversare con qualcuno che, pur non avendo le mie stesse opinioni, sapeva rispettare – o quantomeno darne l’idea – le mie. Che, peraltro, specifico, non sono mai consistite nel negare il virus o nel combattere il concetto di vaccino ma nel sottolineare il clima di intimidazione che ormai caratterizza l’integralismo vaccinale. Finché ad un certo punto, uno dei cardiologi ha posto una domanda: “Perché non ti sei vaccinato? Cosa ti convincerebbe a farlo?” e questa domanda ha ispirato l’articolo. Certo, poi il cardiologo ha vagamente scantonato quando ha cercato di far passare il messaggio che la mia decisione di non vaccinarmi fosse dovuta ad una ripicca. E qui viene da sorridere. L’essere umano esiste sulla Terra da centinaia di migliaia di anni ed esisterà ancora, salvo estinzioni di massa, per altri milioni di anni. Dal momento che la mia aspettativa di vita, salvo variazioni in positivo o in negativo, dovrebbe essere di 70-75 anni, sono ben conscio di rappresentare un foruncolino nell’immenso deretano dell’umanità. Dovrei essere stupido parecchio per pensare di fare una ripicca a questo deretano. E nelle tante classifiche dove non primeggio, c’è anche quella della stupidità.


    La mia scelta di non vaccinarmi non è sanitaria né ha a che fare con un capriccio. E’ una decisione unicamente politica. Non sono giunto alla conclusione di non vaccinarmi perché sono spaventato dalle reazioni avverse – che mi preoccupano relativamente (io sono molto più preoccupato per quelle a medio e lungo termine che nessuno può conoscere) o perché avendo letto un po’ di Montagnier e un po’ di Tarro, ho preso la laurea in medicina e la specializzazione in virologia su Facebook. Semplicemente, a rendermi sospettoso verso questo vaccino è stato il clima di costante intimidazione psicologica e fisica a cui noi non vaccinati e in generale noi non allineati alle imposizioni di questi ultimi due anni (lockdown e vaccini), siamo stati sottoposti.


    Da persona che, per campare, si occupa di comunicazione da vent’anni, quando devo spiegare il funzionamento di un’efficace comunicazione, ricorro sempre ad un esempio inventato da me. Immaginate di dover far entrare una pallina di vetro in un involucro di vetro accessibile da un foro che ha lo stesso diametro della pallina, o appena superiore. Avete a quel punto due possibilità.. inserire con delicatezza la pallina nel foro e dunque appoggiarla.. oppure scagliarla contro l’involucro, sperando di avere un’ottima mira. Nel primo dei casi, otterrete di far entrare la pallina senza problemi. Nel secondo, rischiate di sfasciare sia la pallina che l’involucro.
    Nel corso di questi due anni, il sistema di governo che controlla il paese attraverso le sue ramificazioni più o meno ufficiali, ha scelto la strada di lanciarmi le palline addosso, senza minimamente preoccuparsi del fatto che io, involucro, fossi fatto di vetro. I lanciatori di palline, di fronte alle numerose e palesi contraddizioni emerse dalla narrazione ufficiale, hanno cercato di distruggermi, limitando i miei diritti, accusandomi di essere un delinquente, un egoista, un ignorante. Se l’obiettivo era quello di convincermi, hanno ottenuto l’esatto opposto, ossia convincermi del contrario. Peraltro, l’impressione che – visto l’enorme successo che ebbe un mio recente articolo dove ne parlai – non solo io ma anche altre persone abbiamo, è che pare che l’esigenza di farci vaccinare tutti sia vista dall’attuale sistema di potere come una questione di vita o di morte, come se in caso di fallimento della campagna vaccinale, l’attuale sistema di potere possa collassare. I tutori di questo sistema appaiono come quei tanti tossicodipendenti che cercano a tutti i costi la dose altrimenti vanno in crisi di astinenza. Questa è l’impressione che io ho personalmente avuto. E non sono stato il solo.
    In parole povere, il potere non mi ha convinto. Perché ha deciso, invece di cercare la strada del dialogo, di intimidirmi. Di farmi apparire un pericolo per la società. Mi ha aizzato contro familiari, amici. Mi ha condotto all’esasperazione, all’ansia, alla preoccupazione costante, giornaliera, per me, per il futuro mio e delle persone a cui voglio bene, per le mie prospettive lavorative, per la mia salute.
    Se, in sostanza, l’obiettivo della comunicazione persuasiva era quello di convincere i renitenti alla leva vaccinale, possiamo dirlo con assoluta franchezza: il fallimento è stato totale. A meno che l’obiettivo non fosse un altro. Ma questa è un’altra storia e non voglio divagare.


    Veniamo alle condizioni che mi porterebbero a vaccinarmi, che sono molto semplici e si caratterizzano per i seguenti cinque punti.
    Primo punto: la campagna di terrorismo psicologico deve finire. Il covid non è una malattia da sottovalutare e su questo siamo tutti d’accordo. Ma non è l’AIDS. E’ una malattia la cui pericolosità è derivata dalla sua contagiosità perché, per il resto, è pericolosa come lo sono tutte le influenze, forse un po’ di più, ma non troppo di più. E’ una malattia da cui nella quasi totalità dei casi si guarisce e che uccide una fascia di età ben precisa e persone che, consapevoli o meno che siano, già hanno problemi pregressi. Se il covid fosse pericoloso come l’AIDS, verrebbe percepito come tale. E non assisteremmo ad un ampio fronte di persone che non accettano la limitazione dei propri diritti. Perché di fronte ad un pericolo palese, non preoccupatevi che i negazionisti non esistono. Se un domani arrivasse un covid pericoloso e mortale come la prima AIDS (ma contagioso come il covid), state tranquilli che i “negazionisti” non esisterebbero.


    Secondo punto: il vaccino deve essere autenticamente facoltativo. Autenticamente facoltativo significa che io, se decido di non farmelo, non devo vedere la mia vita ridotta ad un incubo, familiari e amici che mi tolgono il saluto, pesanti limitazioni sul lavoro e quant’altro. Posso accettare anche l’idea del green pass, alle seguenti condizioni però: deve essere illegale qualsiasi green pass subordinato al vaccino e i tamponi devono costare una cifra ragionevole. Non più di un euro a tampone. Arrivo a dire pure che mi starebbe anche bene che invece di valere 48 ore il green pass, valga per 24 ore. Ma il costo deve essere ragionevole. Obbligare un individuo che vive esclusivamente del suo lavoro a versare ogni 48 ore l’obolo di 15 euro, significa di fatto obbligarla a vaccinarsi. A quel punto, o il governo si assume la responsabilità morale e materiale di obbligare a vaccinarci (mettendomi così di fronte alla scelta di espatriare) oppure si fa un bel tana liberi tutti. E a quel punto lo stato, se non vuole che si riempiano le terapie intensive, mette mano al portafoglio e invece di acquistare banchi a rotelle e cretinate analoghe, costruisce nuovi ospedali. La Cina ne ha costruiti numerosi. In venti giorni. Avessimo dedicato il tempo usato per sfasciare l’economia di questo paese e per seminare un clima da guerra civile, alla costruzione di ospedali covid (poi riconvertibili ad altro ad emergenza finita) oggi non ci dovremmo più porre il problema delle terapie intensive e dei posti letto.


    Terzo punto: radiazione dall’albo e licenziamento di tutti quei medici che propagandano la negazione di cure a coloro che non vogliono vaccinarsi e che passano il tempo sui social a fare battute sarcastiche sui non vaccinati. La medicina è una cosa seria. Le star e starlette della virologia e in generale della medicina, se vogliono fare i pavoni ad uso dei tanti analfabeti funzionali che gli ronzano attorno convinti di accedere per osmosi all’Olimpo della Scienza, si dimettessero dai loro incarichi. A poliziotti e carabinieri vengono imposti pesanti limitazioni alle loro esternazioni sui social. Non si vede perché ai medici, che non gestiscono l’ordine pubblico ma la salute, non debbano essere applicati analoghi parametri.


    Quarto punto: le multinazionali del farmaco devono firmare un documento nel quale si assumono tutte le responsabilità per ogni danno che dovesse essere indotto da vaccino. Questo si tradurrebbe in cause miliardarie? Me ne infischio totalmente. Io sono un cittadino e lo stato non ha il diritto ma il dovere di pretendere che un’azienda privata sia responsabile dei danni che provoca.


    Quinto punto: lo stato deve favorire la diffusione delle terapie domiciliari. Che esistono. E funzionano.
    Grazie alle indicazioni delle terapie domiciliari, a me il covid è durato esattamente cinque giorni. Il primo ho avuto una febbre molto alta e lievissime difficoltà respiratorie. Se avessi seguito le indicazioni ufficiali, sarei finito intubato e probabilmente morto. Dato che qualche piccolo problema di salute ce l’ho. Ho, invece, letto i consigli delle terapie domiciliari, li ho applicati (non ho preso la tachipirina, solo l’aspirina) e il giorno dopo stavo già praticamente quasi nelle medesime condizioni di prima del covid, cioè bene. Salvo una lieve ricaduta, il quinto giorno, durata giusto qualche ora. Inoltre lo stato ci deve una spiegazione su come mai ai militari che si occupano di gestire l’emergenza covid, guarda caso, raccomandi esplicitamente di curarsi esattamente con le stesse indicazioni che poi, attraverso la medicina ufficiale, irride, diffama e vieta ogni giorno. O i militari hanno uno speciale gene che li rende sensibili alle terapie domiciliari o questa è l’ennesima enorme contraddizione che sta dietro il covid.


    Queste sono le prime cose che mi vengono in mente e sicuramente ce ne sarebbero altre che mi dimentico e che potrebbero saltar fuori dai commenti e a cui non ho il tempo di pensare. L’importante è che emerga chiaro il senso di questo articolo: io non esisto in quanto ape operaia di un alveare. Esisto in quanto cittadino. E le leggi non servono soltanto per arginare lo sconfinamento dei diritti di un individuo nel campo dei diritti della collettività ma anche per scongiurare lo sconfinamento dei diritti della collettività nel campo dei diritti individuali. Che da questa storia del covid escono fortemente indeboliti, se non addirittura annullati.
    Se si assisterà ad un cambiamento in tal senso, allora prenderò in considerazione l’idea di vaccinarmi. Fino a quel momento, qualsiasi pressione psicologica, fisica, sociale, finanziaria, mediatica, politica per vaccinarsi, va vista per quello che è: una violenza.


    Questo è quanto. Forse non sarà tutto, forse avrò dimenticato qualcosa, forse (anzi senza forse) sarà un articolo ingenuo perché parte dal presupposto che gli intenti di questa classe politico-sanitaria siano sinceri. Ma quantomeno è la voce di uno che sta dall’altra parte. Non è la voce di un novax, di un negazionista, di uno che quando si cura si rivolge ai maghi e non ai medici. E’ la voce di un cittadino che non accetta la violenza.

    E rifiutare la violenza in una democrazia non è un diritto. E’ un dovere.
    Nessuna emergenza, in una democrazia, giustifica il sequestro dei diritti dei cittadini.
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  5. Prova Conte covid Trump blog
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  6. Il narcisismo è una malattia seria. Potrebbe non sembrare così a chi si trovasse in pagine e gruppi dedicati al tema. In quel caso il narcisismo è solamente un abile espediente con cui psicoterapeuti senza scrupoli lucrano - attraverso le pubblicità dei propri siti, le vendite dei propri libri e le proprie consulenze - sulla frustrazione di donne che divulgando, senza contraddittorio, i particolari delle proprie esperienze, definiscono narcisista chi, evidentemente, non ritenendole all'altezza, non ricambia pienamente i loro desideri.
    Ma evadendo dalla dimensione isterico-femministica del tema, il narcisismo, dal punto di vista psichiatrico, è una malattia seria. Difficile da riconoscere perché gran parte di coloro che ne sono affetti, hanno tutti i requisiti esteriori per assumere un ruolo di primo piano nella società. Tutte le personalità narcisistiche che personalmente ho conosciuto, sono non solo perfettamente inseriti nel proprio contesto lavorativo ma anche provvisti di una grande socialità e di una forte seduttività. Di costoro nessuno sospetterebbe una patologia psichiatrica.
    E pur tuttavia, pur avendo un'immagine denotante salute mentale e fisica, nella sostanza il narcisista è uno psicopatico a tutti gli effetti. Che, in quanto tale, può distruggere chi capiti tra le sue mani. Se la potenziale vittima è abituata ad aver a che fare con personalità di quel tipo, ne riconosce il puzzo lontano mille miglia. Già dal "Ciao, piacere, io sono Tal dei Tali". Se invece è una personalità remissiva e con poca esperienza sul campo, il narcisista può ridurla letteralmente in poltiglia.



    Il guaio è quando il narcisista ha un potere. Che può essere politico o finanziario. Oppure mediatico. In quel caso, il meccanismo si traduce in azioni che hanno influenza su una moltitudine di persone. E' il caso delle sette, di Scientology, delle aziende di multilevel dove torme di poveri disgraziati senza prospettive vengono irretiti con rituali abbastanza tipici in un meccanismo che li trasforma in rivenditori di pentole e tappeti. Ma è il caso anche di chi, oggi, gestisce la vicenda covid. La dimensione narcisistica del potere odierno è tutta nelle pose ammiccanti dei virologi in favore di giornale, nelle loro dichiarazioni, peraltro espresse con candore, che "grazie al Covid ho raggiunto la notorietà". In quelli che sfilano sul red carpet manco fosse Tom Cruise e poi, dal suo profilo, si impanca a dare lezioni di estetica all'universo femminile. E in tutti coloro che, medici o no, da questa vicenda hanno tratto un consapevole tornaconto. Come se si potesse essere fieri di essere diventati famosi grazie ad un evento che ha messo a repentaglio la sicurezza di tutto il mondo.
    Ma un particolare mi ha colpito. Quando una blogger che non nomineremo - dato che è famosa per cercare costantemente liti giudiziarie - nel criticare Giordano, ha detto che "Parlando di minacce ai non vaccinati, mette in pericolo anche la mia incolumità" (tradotto "Se mi succede qualcosa, è colpa dei non vaccinati") ho immaginato quello che io, da due anni a questa parte, sto provando come persona non vaccinata, che non ha intenzione di vaccinarsi, che trova ridicolo e pericolosissimo il greenpassismo ideologico nel quale questo paese è caduto, preoccupante la sistematica violazione di interi articoli di una (peraltro contraddittoria e inadeguata) costituzione. E che può notare chiunque frequenti i social dove ogni giorno può scorgere carinerie del tipo "Non voglio curare con i miei soldi coloro che non si vaccinano" o proposte di internamento in ospedali psichiatrici dei nocovidvax, oltre ovviamente al profluvio di insulti e diffamazioni ai danni di chiunque non si abbeveri della bevanda politicamente e medicalmente corretta.


    Naturalmente, non avendo lo spregio dei diritti delle persone che con la sua prosa da tanti anni mostra al proscenio dei tubi catodici e telematici, noi speriamo che a questa blogger non succeda nulla di male. Ma davvero la signora crede che le accadrà qualcosa perché Mario Giordano, senza manco citarla, ha detto che i no vax vengono minacciati dai provax? Davvero crede la blogger di non aver portato il suo contributo al clima infernale che si vive in questo paese? Davvero pensa che sia una frase di Mario Giordano ad esporla a rischi per la propria incolumità e non, viceversa, vent'anni di veleno riversato su ogni spazio cartaceo e digitale?
    Quando Galimberti, personaggio peraltro solitamente pacato, dice cose come quelle dette ieri ad In Onda - e che, se questo fosse un paese serio, gli varrebbero una denuncia per istigazione a delinquere - si rende conto di mettersi al collo un bersaglio come se lo mette la blogger e se lo mettono tutti coloro che, personaggi pubblici o meno, ogni giorno scrivono la qualunque contro chi, al momento, usufruisce di un diritto?


    Il narcisismo è l'idea di poter dire e fare quel che si vuole, in totale spregio delle persone con cui ci si relaziona. Poter minacciare ogni giorno le persone, salvo poi stupirsi che si riuniscano e ci facciano, come si dice dalle mie parti, "il mazzo a cappella di prevete". Pensare che un clima di questo tipo non generi delle reazioni.
    Salvo che, come sostiene davvero qualcuno, non sia davvero questo l'obiettivo. Allora questo articolo si sarà rivelato più inutile di quanto non lo sia già di suo.
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  7. Il titolo è ispirato da una citazione che molti attribuiscono a Putin. Ma è anche il senso di una discussione che ho avuto su whatsapp con un amico rumeno che mi ha aggiunto dopo avermi letto sul Detonatore, col quale tuttavia, scrivendo egli in un ottimo italiano (credo di aver capito che abbia trascorso alcuni anni in Italia), riesco a confrontarmi su moltissime cose. Siamo praticamente d’accordo su tutto tranne che sulla nostra visione della violenza. Che per me resta necessaria e inevitabile, per lui no, anzi è concepibile solo come legittima difesa. Chi ha ragione? Chi ha torto?


    La guerra preventiva è sempre stata aspramente criticata e si dimentica un particolare: che essa ha invece un senso ed è anzi inevitabile quando si ha la consapevolezza che il nemico, che pure non ha dichiarato ufficialmente guerra, lo farà a breve oppure la stia già facendo. In quel momento, conta solo la vittoria finale. Costi quel che costi. Chi ha colpito per primo oppure no, non ha alcun significato. Ed è sempre stato così nella storia. Si pensi a Roma e Cartagine. Quando Roma si convinse che Cartagine, pure vinta, avrebbe sempre rappresentato un problema e decise di distruggerla preventivamente, commise un crimine oggi inimmaginabile o si evitò una Quarta Guerra Punica che magari stavolta sarebbe stata fatale a Roma? Quando gli americani buttarono le due bombe atomiche in Giappone, commisero crimini di guerra oppure posero fine ad una guerra la cui inerzia avrebbe potuto volgere contro di loro? Dilemmi non da poco ma intanto Roma si levò di mezzo un nemico pericoloso – anche se Catone, che pronunziò la famosa “Carthago delenda est” morì un anno prima di veder soddisfatto il suo auspicio – e analogamente gli Stati Uniti vinsero la guerra.


    Al tempo stesso, la persona che non vuole rassegnarsi alla distruzione dei diritti del proprio paese, la compromissione della propria salute e di quella dei propri cari e nel contempo sa che nessuno verrà a salvarlo, ad un certo punto si ritrova di fronte ad una scelta: continuare a subire, aspettare che arrivi un liberatore oppure organizzare la propria reazione. In questo caso, reagire è l’unica strada e a quel punto tutto risiede nella qualità della reazione, che sarà poi quella che determinerà la vittoria finale. Una reazione sbagliata provocherà una controreazione ancor più violenta. Ma, proprio come (forse) dice Putin quando la rissa è inevitabile, chi colpisce per primo è quello che ha più possibilità di vincere. E semmai l’unico problema che deve porsi è fare male a sufficienza da scoraggiare la reazione del nemico. In quel caso, scoppierà una guerra. Che, per definizione, è violenza. Perché rompe le leggi vigenti, compromette uno status quo e costringe un uomo, per sopravvivere, a fare del male fisico o psicologico ad un suo prossimo. Nessuna persona assennata ne parla con leggerezza. Qualsiasi persona responsabile atterrirebbe all’idea di vedere il proprio paese sommerso da bombe, da colpi di mortaio e smitragliate, da mine antiuomo nelle quali magari egli stesso oppure i propri cari potrebbe mettervi un piede e saltare per aria. Qualsiasi persona sana di mente rabbrividirebbe all’idea di sparare a persone che magari anche conosce e con cui magari ha condiviso un vissuto. Su questo siamo tutti d’accordo.


    Ma una persona di buonsenso deve pensare anche all’alternativa che il suo prossimo sia prontissimo – e lo dicono con chiarezza – a fare lo stesso. Perché se anche l’idea di veder cadere una persona davanti ai nostri occhi può atterrire, bisogna sempre considerare che l’alternativa è quella di ritrovarci in un campo di concentramento perché qualcuno ha deciso che dobbiamo farci un vaccino potenzialmente pericoloso contro un virus influenzale. O anche permettere che circolino medici disposti a tutto, anche – e sarà il nuovo fronte, vedrete – a far morire i bambini, pur di costringere i genitori a vaccinarli e sottoporli al ricatto morale “Vaccinare mio figlio e rischiare che muoia oppure esporlo al Covid e rischiare che muoia?” o a quello materiale “Vaccinare mio figlio o rischiare che i servizi sociali me lo portino via?”. Oltretutto rischiando di mettere zizzania anche nelle famiglie, perché sicuramente non mancheranno casi in cui una moglie vorrà divorziare dal marito perché questi è contrario al vaccino dei figli. O viceversa. L’alternativa è veder virare la propria società verso una cinesizzazione del sistema politico ed economico del paese, per cui diritti e denari sono a forte rischio, con alcuni politici che iniziano a dire cose assai pericolose sulla proprietà privata.
    Credete davvero che con gente di questo tipo ci si possa porre il problema “faccio violenza prima a loro oppure aspetto che la facciano a me”.



    Poi certamente c’è chi crede che non ci sia nessuna guerra e che la strada intrapresa dai potenti sia quella da seguire e che il traguardo trasformerà il mondo in un posto migliore.
    A costoro, questo articolo ovviamente apparirebbe quello di uno psicopatico pazzo da incarcerare. Ma se, invece, si crede che ad essere psicopatici siano quelli che vogliono costruire “un nuovo umanesimo”, abbiamo brutte notizie per i pacifisti, per i dissidenti non violenti, per i democratici: per fermarli l’unica strada è la guerra. Perché giocare una partita seguendo le regole scritte da un avversario che nel mentre, per stare al sicuro, corrompe e minaccia gli arbitri, significa condannarsi ad una sconfitta sicura. E se il prezzo della vittoria è usare violenza contro questa gente, chi vuole vincere deve essere disposto a tutto, anche a fare le cose peggiori. Altrimenti non può vincere con avversari pronti a tutto pur di sopprimerlo.



    Questi sono discorsi che all’irenico mondo disegnato dai progressisti sicuramente appariranno da psichiatria. E può darsi che lo siano. Ma allora sarebbero da ricoverare in manicomio anche tutti i grandi leader politici della storia. Che hanno costruito intere nazioni e intere democrazie sul sangue dei nemici.
    Tutti pazzi anche loro? Sinceramente, lo trovo improbabile.
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  8. A margine della triste vicenda personale di Puzzer che ha ricevuto un DASPO che gli impedirà di frequentare Roma per un anno, sulla sua bacheca personale, un’esponente politica molto in gamba – che non nomino per non mettere in difficoltà – scrive “Ne usciremo senza sangue”? E la domanda fa molto effetto. Non per il concetto in sé. Che da questa situazione non se ne esca con le buone io lo scrivo non da qualche mese ma da molti anni e chiunque mi legga da almeno un anno prima dell’inizio dell’era covid, può confermarlo. Al punto che a margine di molti articoli, sono tantissime le persone che nei commenti scrivono “Come dici sempre tu, non se ne esce con le buone”. Fa effetto che lo dica un’esponente politica, per giunta molto assennata, per giunta appartenente ad un centrodestra moderato.



    In realtà, la questione è risibile. Tutta la storia di tutti i tempi ci mostra come da un oppressore ci si liberi solo con metodi violenti. L’idea che da questa situazione se ne possa uscire con le buone, seguendo regole democratiche che possono tranquillamente essere sabotate dagli avversari, può permanere solo nella testa di qualche idiota. Salvini ha suffragato la fine della sua fase rivoluzionaria con un tweet di ringraziamento a Draghi. Faceva prima a dire “Cari leghisti, non votatemi più”. Tanto al 4% tornerà lo stesso. Che la Meloni ormai sia all’interno dell’Aspen Istitute, pure. Che i grillini abbiano rinnegato tutti i propri messaggi del passato, anche.
    In sintesi, il messaggio che il sistema ha voluto dare ai dissenzienti è molto chiaro: “Buffoni! Credevate davvero di schiodarci di qui con Salvini, con la Meloni? Con Di Maio? Noi da qui ce ne andremo solo se ci farete del male!”.
    Che dunque da questa situazione se ne esca solo con violenza, nel senso etimologico del termine (cioè “violando” delle regole, il termine violenza di per sé non significa sparatorie, pestaggi, stupri di massa etc.) è un fatto palese. Semmai il punto sta nel tipo di violenza. Se mi si chiede se sono favorevole a terrorismi e stragismi, rispondo di no. Non perché io non provi orgasmi all’idea che qualcuno dei loschi figuri che ci ha messi in questa situazione non possa ritrovarsi a testa in giù, ma perché un evento truculento, è esattamente quel che serve al sistema per proporsi come ripristinatore dell’ordine pubblico. Nella mia testa, la rivoluzione ideale è quella che alla sera ci fa risvegliare con questa classe politica e la mattina dopo, accendendo la TV, scopriamo che al posto dei soliti programmi televisivi che fanno propaganda a tutte le ore, vi è un comunicato nel quale i rivoluzionari hanno preso il potere arrestando tutti i responsabili del precedente regime. E a parte che il concetto di “guerra lampo” porta sfortuna, è ragionevole pensare che le cose saranno ovviamente più complesse. Ma il senso rimane uguale. Sono per le rivoluzioni silenziose, dove i rivoluzionari il potere non lo prendono credendo di farsi notare nei media, quelli ufficiali e quelli più o meno autenticamente dissidenti, con slogan, iniziative velleitarie ancorché ammirevoli come quelle dei portuali. Ma creando, silenziosamente, uno stato parallelo, alleandosi con altri stati paralleli di tutto il mondo, che dopo aver metastatizzato il corpaccione malato degli stati di oggi, prenda il potere.




    Dettagli non ne posso dare ma sintetizzo: occorre creare una sorta di clan che usi metodi mafiosi ma per il fine nobile di riprendere il possesso della nazione. E anche se, come detto, non posso descrivervi i dettagli, già sicuramente ne converrete con me che una cosa che non è assolutamente alla portata di uno come Puzzer. Una persona perbene, di buonissime intenzioni ma culturalmente e umanamente non attrezzato per concepire una cosa del genere. E questa forse è la sua unica colpa. Aver anche lui creduto alla bonomia dello Stato e delle sue innumerevoli e spesso invisibili diramazioni e pensare che in questo paese vi sia ancora la libertà di manifestare, di dire la propria, di opporsi.
    Puzzer, forse per limitate conoscenze storiche, non ha considerato l’ipotesi che lo stato avrebbe mosso tutta la sua enorme macchina contro di lui, criminalizzandolo agli occhi dei suoi sostenitori, privandolo della libertà, creandogli anche se non ufficialmente ritorsioni sul piano personale e sulla sua sfera privata. Ma soprattutto, non ha considerato che tutta questa enorme energia che stiamo vedendo, ora va organizzata verticalmente. Esattamente come avviene in tutte le rivoluzioni.



    Quando si è nelle mani del tiranno, se ne esce solo col sangue. Poco sangue, ben dosato, intelligentemente versato. Ma solo col sangue. E se fosse vero almeno il 10% di ciò che pensano gli oppositori sulle intenzioni di questa classe politica, il sangue è l’ultimo dei problemi. Se pensate che una classe politica voglia fare del male ai vostri bambini, ha senso pensare di combatterla democraticamente? Dico, ma siete seri?
    Che poi anche un’esponente politica se ne sia convinta, è un eccellente segnale.
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  9. L’unica cosa su cui sono d’accordo le due fazioni della guerra civile scatenata dal covid è che questa malattia ha cambiato la percezione della realtà. E questo è stato vero anche per me. Comunque finisca questa storia, niente sarà più come prima. Non riuscirò più a guardare le persone con gli occhi di prima, non riuscirò più a salutare chi ha brindato alla morte di chi, esercitando un diritto (diritto molto per modo di dire, ma formalmente tale) non si è voluto vaccinare, ma soprattutto non riuscirò più a vedere la collettività in un certo modo, cosa che comunque non facevo neanche prima. Perché, intendiamoci, il covid non ha creato nulla che non fosse già in nuce. Tre anni fa, quando il virus ancora non circolava, io e mio padre fummo cacciati di casa da amici di famiglia perché avevo osato dire di aver votato CasaPound. Per dire l’aria che già a quei tempi iniziava a tirare. Ma certamente, il covid ha posto una lente di ingrandimento su cosa siano gli individui oggi. Su come le società siano facilmente suggestionabili dai media ufficiali. Su quanta cattiveria ci sia in giro, specialmente in chi teoricamente dovrebbe rappresentare la voce dell’umanità e della bontà. Qualcosa su cui hanno scritto tanti psichiatri.



    Cosa c’entra questo con Facebook? Si chiederà il lettore. C’entra, c’entra. Perché a margine dell’annuncio di Zuckerberg di aver fondato Meta, un metaverso (dal greco “meta” cioè oltre) fior di opinionisti tecnologi si schierano a favore e contro, parlandone di un gran successo oppure di un potenziale flop. Come ogni azzardo di previsione, entrambe potrebbero rivelarsi vere o false. Chi posa a profeta, si assume sempre il rischio di fare figuracce ma, se ci becca, quantomeno diventa un guru agli occhi di chi lo legge. Chi però lo fa usando argomentazioni fallaci, la figuraccia non la chiama: la invoca. Perché il filo conduttore che unisce le previsioni sia quelle positive che quelle negative su Meta, parte da un presupposto sbagliato: la fiducia nei gusti del consumatore. E dunque l’idea che questi sia un individuo dotato di capacità autonome, dunque in grado di bocciare un cattivo progetto o di promuoverne uno buono.
    Facebook, spacciato come grande novità dell’informatica, non è né un progetto innovativo né di chissà quale qualità. E’ semplicemente un grande forum in php come ce n’erano tanti, strutturato su forme comunicative 2.0 e sull’idea che l’utente sia al centro della comunità e non i gestori della comunità stessa. E neanche questa è una cosa innovativa perché in Italia già c’era qualcosa di molto simile, sia pure embrionale: Forumfree.
    Facebook, peraltro, prima di esplodere nel 2007-2008, ha avuto ben quattro anni di vita nel corso dei quali non se lo filava nessuno. Per molti era quel sito rompicoglioni che ti mandava continuamente email con inviti a registrarti. A fare la differenza è stato che ad un certo punto i gruppi di potere su cui si regge il sistema finanziario americano – che sovrintende quello politico – hanno visto in quel sito rompicoglioni un interesse nel finanziarlo, nel propagandarlo a reti unificate. Tutti quanti sono stati praticamente costretti ad iscriversi. Persino novantenni sulla cui disponibilità a frequentare un qualsiasi luogo digitale, nessuno avrebbe scommesso neanche un centesimo.

    Abbiamo così chiaro un punto, che peraltro si estenderebbe a tantissimi altri campi che per ora non toccheremo, onde evitare divagazioni: neanche in Occidente, il successo è qualcosa di davvero spontaneo. C’è sempre qualcuno che lo guida, che lo orienta. Ci sono critici legati a doppio filo col potere, i quali ben consci che la loro opinione pesa, possono semplicemente decretare il flop o il successo di un qualsivoglia prodotto dell’intelligenza umana, che sia un libro, un album musicale o, appunto, una rete sociale. Contando su lettori che, del resto, se leggono quel critico è per farsi guidare, di certo non per perdere tempo.
    Su come il critico sia uno dei moderni gerarchi della dittatura occidentale ne parleremo a suo tempo. Per ora ci basti dire che se si volesse far fallire Facebook, basterebbe fare una cosa semplicissima: che attraverso gli stessi media che ne hanno diffuso l’immagine, si inizi a parlarne male, offendere sottilmente chi ne fa parte, a trovare “fighi” altri posti e altri luoghi. Anche senza che ve ne sia un valido motivo.


    Il che ci porta a Meta, la nuova creatura di Zuckerberg. Di per sé, neanche Meta è un progetto tecnologicamente innovativo. La realtà virtuale esiste da almeno trent’anni. Certo, nel tempo si sono fatti dei passi avanti, le schede grafiche sono molto più performanti e quella che trent’anni fa era una cosa avveniristica e futuristica, oggi potrebbe diventare realtà. Ma pensare che a deciderne il successo o l’insuccesso di Meta sarà la qualità del progetto e la capacità del consumatore di riconoscerne le opportunità e i rischi, significa non aver capito nulla dell’esperienza covid, di come l’umanità sia manipolabile.
    La persona razionale, intelligente, in possesso di una volontà autonoma, di una consapevolezza della realtà circostante, non troverà niente di eccitante nel partecipare ai concerti del proprio idolo con un’armatura addosso, saltellando come se si fosse ad un concerto degli Skunk Anansie. O nel fare sesso con l’immagine di una donna, mentre un dispositivo elettronico gli prende il coso e glielo stimola. E non si tratta di essere vecchi o di opporsi alla tecnologia. L’informatica è il mio mestiere. Ma solo un malato di mente preferisce al sesso reale quello virtuale, al concerto dal vivo, un concerto al quale assistere con un’armatura. Questo è ciò che penserebbe una persona sana di mente. Ma se un sistema di potere imporrà attraverso i suoi critici di regime, le sue riviste tecnologiche, i suoi canali media ufficiali, tutti legati direttamente o indirettamente agli stessi centri di potere che poi decideranno di finanziare Meta come hanno finanziato Facebook, di parlarne bene, ecco che Meta diventerà la novità della terza decade del terzo millennio, qualcosa di fighissimo, di meraviglioso, di irrinunciabile. E io il cretino che “non vuole adeguarsi al tempo che passa”. E dato che quando Meta entrerà nel vivo, io dovrei avere una cinquantina d’anni (più o meno si prevedono dai cinque ai dieci anni perché diventi una realtà consolidata) ecco che mi si darà del vecchio babbione che non capisce i giovani.

    Una volta che si chiarisce questo, si arriva alla risposta secondo me più opportuna alla domanda “Meta sarà un successo o un flop?”. E la mia risposta è una: dipende dalla sorte personale di Zuckerberg.
    E al riguardo, non si annuncia bel tempo a Palo Alto. Zuckerberg da un po’ di tempo gode di una pessima fama all’interno del sistema di potere americano e la cosa più grave è che questa diffidenza è bipartisan. E nasce prevalentemente dalla cronica incapacità, ammessa anche dai suoi collaboratori, da parte del fondatore di Facebook di capirne di politica.
    Quando Zuckerberg qualche anno fa annunciò che avrebbe fondato un partito, i suoi collaboratori gli diedero praticamente del matto. E molti di loro minacciarono di dimettersi, chiedendosi tra loro “Ma non è che siamo nelle mani di un cretino?”. E non è solo per questa scelta infausta. E’ che Zuckerberg di politica non sa nulla, non ha la minima dimestichezza di certi meccanismi. Come tutti quelli che non hanno il senso della politica, è completamente privo di una visione. E questo è il primo difetto che non deve avere qualcuno che deve combattere una battaglia politica, sia come politico, sia come gestore di un’azienda che per le sue dimensioni finisce sotto la lente della politica.
    Quando si dice che Zuckerberg è un arnese della sinistra americana, si dice una sciocchezza. Il fondatore di Facebook in realtà è notoriamente di destra. Semplicemente ad un certo punto si è trovato di fronte ad un bivio. Da una parte, la sinistra gli chiedeva con insistenza e facendogli enormi pressioni di bannare tutti i gruppi legati alla destra americana e in generale a tutte le destre europee. Cosa che, contrariamente a ciò che si sostiene e a quanto le censure continue darebbero a pensare, Zuckerberg non vorrebbe fare perché consapevolissimo che così si esporrebbe alla vendetta delle destre. Dall’altro, le destre sono sempre più consapevoli che oggi come oggi Zuckerberg è, volente o nolente, una marionetta nelle mani della sinistra DEM americana e quindi sempre più si assiste alla tendenza da parte della dissidenza di radunarsi altrove. A questo punto, una persona con un minimo raziocinio opera una scelta: o si mette sotto la sinistra o si mette sotto la destra, assumendosene i rischi e dunque la responsabilità – in entrambi i casi gravosi – e guadagnandosi così la benevolenza di una delle due parti. Perché la vera cosa che pochi sembrano aver capito è che ormai, in Occidente, è in atto una guerra civile tra mondi contrapposti, che già c’era prima del covid e che la pandemia ha solo ufficializzato.
    Invece Zuckerberg ha gigioneggiato, col risultato di aver conquistato le diffidenze sia della sinistra che della destra. Ed essere diventato un nemico per entrambe.

    In più, c’è da dire che la deriva di Facebook a nazione digitale è sempre più conclamata. Ed è stata suffragata sia da Cambridge Analytica – che non ha fatto altro che ufficializzare il segreto di Pulcinella che i nostri dati vengono utilizzati per fini politici – sia dalla notizia che Zuckerberg ha coniato la sua moneta digitale, Libra. Entrambe cose che fanno apparire sempre più chiara a tutti la volontà da parte del fondatore di creare una sorta di stato digitale. Cosa che naturalmente fa paura a tutti gli stati tradizionalmente intesi. I quali a quel punto, con una scusa o l’altra, potrebbero farlo fuori, prima che il buon Mark, dopo aver coniato la sua moneta digitale, non decida di farsi un esercito personale, di mercenari o magari di criminali, cosa per le quali avrebbe tutti i mezzi e che non è escluso che stia già accadendo.
    Oggi come oggi, la convinzione dei centri della politica è che Facebook sia diventato troppo pericoloso. E fin quando la cosa la dice quel cattivone di Trump che è stato bannato, è un conto. Quando incomincia a dirlo la sinistra americana, che dell’ascesa di Facebook è stata la protagonista, ciò vuol dire che all’orizzonte di Palo Alto si stagliano nuvoloni nerissimi.

    E questo influisce anche sulla sorte di Meta. Che è legata a quella del suo fondatore. Se Meta dovesse essere vista come un pericolo per gli stati, ecco che partirà l’ordine dall’alto di non nominarla, di non citarla neanche per sbaglio, di parlarne ma sempre in maniera negativa. E sarà un flop.
    Se nel frattempo, lo stesso sistema che ha protetto e appoggiato Facebook avesse per le mani un altro diciottenne che dal cesso di casa sua (i garage con quello che costano, non sono più di moda. Un tempo dai garage creavi una grande azienda, oggi devi creare una grande azienda per poter comprare un garage) dopo aver consumato un lauto pasto, crea un social network di mangiatori di cacca, Caccabook, e dicesse che la coprofagia è figa e che mangiare la pupù sarà l’alternativa al consumo di carne da parte di quei cattivoni che la mangiano, assisteremo ad un consumo massiccio di merda che diventerà mainstream.
    Non c’entrano nulla le scemenze di chi, come Paolo Attivissimo, parla di Meta come una seconda Second Life (tipico di chi non sa cosa fosse Second Life, che peraltro per la cronaca è ancora in attività) di chi dandosi arie da “giovanologo” ci spiega che Facebook non piace ai ragazzini – come se i ragazzini rimanessero tali in eterno e giocassero sempre ai videogiochi – o ancor peggio dei fessi che da dieci anni strologano sul declino di Facebook, venendo puntualmente smentiti dai dati.
    C’entra che nella dittatura occidentale, non vieni obbligato ad andare su Facebook o su Meta se non vuoi andarci. Semplicemente vieni emarginato se non lo fai, vieni trattato da persona strana, di cui diffidare. Esattamente il meccanismo che è alla base del green pass. Non è obbligatorio vaccinarsi, ti viene semplicemente resa la vita impossibile se non lo fai. Se la dittatura occidentale, attraverso i suoi critici da strapazzo, dice che è giusto espellere da ogni consesso civile i non vaccinati e che caccabook è figo, tutti espelleranno i non vaccinati e diventeranno tutti mangiatori di merda. Perché se c’è una cosa che l’esperienza del covid ha insegnato è che l’individuo non conta nulla in quanto tale. Conta solo se inserito all’interno di una massa. Che per definizione è acritica. E se la massa dice che bisogna mettersi le mascherine, farsi il vaccino e mangiare merda, un individuo per non essere ridotto all’irrilevanza sociale e alla miseria, dovrà mettersi la mascherina, farsi il vaccino e mangiare merda.


    A quel punto, il grosso problema sociale sarà l’alitosi generale, specie nei luoghi al chiuso. Ma se oserete lamentarvene, verrete bannati perché il vostro post non rispetta gli standard della comunità. E poi diciamoci la verità, che sarà mai mangiare un po’ di merda. Come recitava una famosa battuta, miliardi di mosche non possono essersi tutte sbagliate.
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  10. I parenti non si possono scegliere. Se abbiamo metà della famiglia composta da idioti, non possiamo nè farci un lavaggio del sangue nè cambiare DNA. Possiamo mandarli al diavolo, con tutti i rischi annessi e connessi. Non di più. Con le alleanze è più o meno lo stesso. In una guerra da combattere, il nemico del mio nemico è mio amico, anche se in realtà non è che si vada troppo d’accordo. Se uno stato da solo non riesce a vincere una guerra e ci riesce, quell’alleato è benedetto. E pur tuttavia ci sono vittorie che sono la premessa di future sconfitte. Come quando ci si sceglie cattivi alleati. L’esempio lo abbiamo in casa. L’Italia vinse la prima guerra mondiale, ma tradita dagli alleati, ottenne meno della metà del bottino concordato. Cosa che valse a quell’impresa la denominazione di “vittoria mutilata”. Dunque il tema della qualità dell’alleato non è irrilevante.


    Questo ci conduce a Rizzo. Da molti a destra idolatrato perchè sul Covid e su altri temi ha preso una posizione indubbiamente molto netta che ci dovrebbe portare a gradirlo come compagno di questa guerra. E invece, senza escludere che sia un galantuomo, sul piano politico non voglio averci nulla a che fare. Per un motivo molto semplice. Rizzo è un comunista. Diversamente da quelli del PD, non ha mai rinnegato se stesso. E questo gli fa onore. Ma appartiene ad una cultura che teorizzando il primato dello stato nei confronti del cittadino, di fatto legittima le logiche che hanno condotto alla tirannia sanitaria. E’ imbevuto di una cultura e di una storia politica che hanno certamente avuto i loro quarti di gloria e la loro importanza per il mondo: l’assenza di un contrappeso sovietico di fronte allo strapotere americano e al pericolo cinese, è la causa di gran parte dei guai di oggi. Ma nel nome del socialismo reale si sono compiute atrocità ben peggiori di quelle che – ma presto arriveremo a quei livelli – vengono compiute nella tirannia sanitaria. Senza contare che il socialismo reale teorizza, sin dal manifesto di Marx, l’abbattimento di tutte le sovranità in nome del proletarismo internazionale. Un globalismo in salsa rossa del tutto speculare a quello finanziario. Rizzo e in generale i comunisti potrebbero essere paragonati a quel farmaco che per curare una malattia ne fanno venire un’altra, dello stesso ceppo. Proprio come i vaccini anticovid. E, di nuovo, si specifica che ci si riferisce al politico, non alla persona.


    Consapevolizzare la tirannia odierna è possibile solo identificando gli effetti collaterali della libertà. La paura di non avere di che campare, la necessità di sapersi prendere cura di se stessi, l’accettazione del rischio di fallire, la capacità di sapersi reimpiegare in ambiti professionali differenti da quelli di partenza.
    Non si può fare a meno dello stato perchè è l’elevazione al massimo livello della tendenza umana alla socialità e dunque alla reciproca assistenza. Ma quando ad esso si delegano troppe cose, esso per sopravvivere ne chiede altrettante. Dalle tasse fino alla custodia psicofisica di un intero popolo. Eliminando quelli che sono di troppo.
    Allearsi con Rizzo significherebbe condividere un percorso che non deve mai essere di sola eliminazione dei tiranni che tengono sotto sequestro una nazione, ma anche della mentalità che ha favorito la nascita della gramigna scientista e arcobalenata: lo stato come padre, padrone e padrino. E’ un controsenso, dunque, dividere il companatico della lotta con chi si rifà ad una cultura che per quanto valorialmente diversa da quella che sottende il globalismo sanitario, ne condivide la natura statolatrica.

    Vade Retro Rizzo. Anche se sul Covid e sulla sinistra italiana la pensi come noi.
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  11. Sono cresciuto in un’era in cui dire certe cose significa guadagnarsi una scomunica morale. Dubitare dell’Olocausto, per esempio. E attenzione, non del fatto che che ci siano state delle persecuzioni, cosa di cui non ho alcun dubbio, non fosse altro perché anche un mio parente fu deportato ad Auschwitz e perché tanti amici ebrei di cui ho stima e fiducia, mi hanno raccontato di persecuzioni subite dai loro familiari. Ma di una narrazione che ci obbliga a dire che gli ebrei uccisi fossero davvero sei milioni, cosa che non risulta dai censimenti. Che i perseguitati fossero tutti ebrei, cosa non vera, visto che quel mio parente ebreo non era. Che gli ebrei fossero tutti povere vittime innocenti e non ci fossero tra loro, oltre ad un’infinità di persone perbene ed incolpevoli, anche un sacco di farabutti tra i finanzieri senza scrupoli e gli spartachisti comunisti, che approfittarono della crisi in Germania per assalire il ceto medio tedesco. E che se dunque alcuni ebrei abbiano subito l’ingiustizia del nazismo, altri hanno subito, indipendentemente dalla propria ebraicità, la giustizia del nazismo. Chi provasse oggi a dire queste cose, verrebbe rapidamente esecrato ed emarginato da ogni circolo di benpensanti. Ed è un atteggiamento stupido e controproducente. Nessuno infatti potrebbe dubitare del sole, dal momento che quel gigantesco astro sta sorgendo proprio dinnanzi ai miei occhi mentre sto scrivendo questo articolo. Infatti il negazionismo del sole non esiste. Dunque nel momento in cui cui si obbliga una persona a credere in una verità, se ne certifica la debolezza.


    Così mi trovo nella situazione di dover fare outing. No, non sono diventato gay. Non aver mai avuto la minima pulsione omoerotica mi ha risparmiato l’angoscia che deve provare un omosessuale nel momento in cui sa che le circostanze lo costringono a dover rivelare qualcosa che inevitabilmente cambierà l’approccio delle persone nei suoi confronti, anche di quelle in teoria aperte mentalmente. Il mio coming out è sui vaccini. Questa mattina mi son svegliato e invece di dire “oh bella ciao” ho capito di essere diventato novax. Di non credere non soltanto ai vaccini anticovid ma anche al concetto di vaccino. E dal momento che aver obbligato le persone in massa a sottomettersi alla narrazione dei Testimoni di Geovax, ha prodotto negli eretici la medesima esecrazione un tempo rivolta a negazionisti e omosessuali, so benissimo che molti smetteranno di leggermi dopo questo articolo. Ma se sono amico di Platone, sono più amico della verità. Perlomeno di quello che io penso sia la verità. Perlomeno della verità su quel che davvero penso. Dovere morale che io mi devo assumere nei confronti chi mi legge da quasi vent’anni.


    Nel momento in cui cui mi permetteró di dire ciò, molti smetteranno di leggermi. Il direttore Fais subirà pressioni per farmi tacere. Ma la differenza fondamentale tra me e i testimoni di Geovax è che con me si può discutere. Perché io sono così sicuro della bontà e della validità delle cose che scrivo che non temo il confronto e non escludo di cambiare idea. Cosa che avverrà soltanto se le mie argomentazioni verranno smentite da controargomentazioni valide sul piano logico. Quelle che sostengono l’utilità e la necessità dei vaccini, di tutti i vaccini, non lo sono. “I numeri dicono che”, “Bisogna fidarsi della scienzah”, “non sei laureato in medicina dunque non puoi parlare”, “sei finanziato da una setta internazionale di novax” “È Putin che ti fa i bonifici da San Pietroburgo” (mentre il mio conto in banca è decisamente pericolante) non sono argomentazioni ma errori logici e intimidazioni. E se non credo in Dio, se non mi faccio intimidire da gente che mi minaccia di farmi bruciare tra le fiamme dell’inferno se non seguo i precetti divini, figuriamoci se sono disposto a credere in un prodotto di quella fallace umanità definita scienza che già in passato si è servita della presunzione di infallibilità della scienza per sterminare milioni di persone.

    Ciò che penso è che se quello che ci hanno raccontato in questi diciotto mesi è vero, non è solo inutile il vaccino anticovid. Sono inutili tutti i vaccini. Anche quelli che mettono d’accordo tutti, come quello contro la poliomielite. Malattia sopravvalutata, che solo nell’1% dei casi provoca le conseguenze che tutti conosciamo. Nei restanti casi si risolve senza conseguenze e nella stragrande maggioranza dei casi è addirittura asintomatica e una volta contratta si è immuni. Tradotto, non è stata sradicata grazie al vaccino ma grazie al fatto che si è consentito alla malattia di circolare, provocando così quell’immunità di gregge di cui tanto si parla. In più, sono convinto che i vaccini creino più danni di quelli da cui dicono di preservarci. E che forse contengono sostanze che fanno male all’organismo umano. Anche perché io non mi fido di una classe dirigente che prima dice che siamo troppi su questo pianeta e poi dice di volermi proteggere da un virus che guarda caso fa strage in stragrande maggioranza proprio presso quei vecchi messi in stato di accusa dall’INPS. Che grazie al covid risparmierà un bel po’ di soldi.


    È obiettabile quel che dico, certo. Ma quelli come me vengono convinti solo da ragionamenti validi sul piano logico. E la logica dice che se basta un solo non vaccinato per scatenare una variante, il concetto di vaccino è semplicemente inutile. A meno di non vaccinare miliardi di persone nello stesso giorno. Cosa che sarebbe comunque inutile, visto che se è possibile la trasmissione di un virus dagli animali (i coronavirus vengono da loro) è sufficiente che incontrino i vaccinati per mutare e scatenare altre varianti. Senza contare che i coronavirus sono milioni e non è che basti vaccinarsi contro questo ceppo e le sue varianti per dirsi al sicuro. Le mie considerazioni si prestano ad ogni obiezione. Purché rispetti i principali postulati della logica. Purché abbia rispetto delle mie argomentazioni e si limiti a contestarle senza tentare di intimidirmi con l’esibizione di titoli accademici, cosa di cui non mi interessa nulla. Sia perché grazie all’abolizione del principio di autorità di cui dobbiamo ringraziare Galileo, anche un garzone, se ne è capace, può dimostrare la validità di una tesi o il suo contrario. Sia perché se oggi molta gente non crede più nei vaccini, è proprio perché sono stati trasformati in qualcosa in cui si deve credere. Anche quando la logica sembra dare loro torto. Sia perché ogni religione nella storia ha prodotto i suoi eretici mentre la verità quando veramente tale, di eretici non ne produce nessuno. E la verità è che la narrazione sui vaccini non sta in piedi anzitutto sul piano logico. Dare la caccia a chi non è disposto a piegarsi ottiene solo il risultato di radunare la dissidenza in catacombe dalle quali, se riusciranno ad uscirne armi in pugno, chi ha contribuito a creare questo clima osceno ed infame avrà una sola speranza di cavarsela: scappando a gambe levate.

    Se sono diventato novax, la colpa è dei sacerdoti della scienza. Che è diventata Scientology. Infatti agisce nello stesso modo, manipolando la logica, premiando i fedeli e predisponendo scomuniche e ritorsioni nei confronti di chiunque non si adegui. E se non ho paura delle minacce di Dio, figuriamoci se mi fanno paura quelle di Bassetti. Posso però rassicurare che dopo questo outing non fonderó nessun Novax Pride. Sono abituato a prendermi troppo poco sul serio per pensare di convincere le persone sfilando per strada, specie se vestito in maniera improbabile.
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  12. Gli ultimi ottant'anni della storia occidentale sono passati alla storia per aver consacrato un dogma inscalfibile da qualsiasi obiezione anche logicamente fondata: l'ineluttibilità della democrazia. Dal momento che il pensiero dogmatico, per definizione, non ammette repliche, nel momento in cui si ritiene indispensabile la democrazia, di fatto si gettano le premesse per una dittatura. A tal proposito viene da pensare ad una gag di Luciano De Crescenzo "Solo gli stupidi non hanno dubbi" "Ne sei sicuro?" "Senza dubbio!".
    Questo paradosso è tantopiù evidente se consideriamo che, nel nome della democrazia, si sta realizzando la più pericolosa tirannia che la storia dell'umanità ricordi.
    La differenza, tra una dittatura ufficiale e una dittatura travestita da democrazia, sta nel tipo di propaganda. Ovviamente, dal momento che la democrazia deve cercare di apparire quanto più credibile possa, deve costruire una narrazione che di fatto dia l'illusione che essa venga preservata. E per fare ciò, deve fare in modo che meno persone possibili si accorgano della cosa.
    Prendiamo il nazismo. Hitler, stando alla storiografia ufficiale, ad un certo punto individuò nella causa dei problemi della Germania gli ebrei. E nel momento in cui decise di introdurre le ben note leggi antisemite, non si fece scrupolo di dire che gli ebrei andassero praticamente espulsi dalla vita civile del paese. E poi sterminati. Lo stigma di quell'operazione fu tale che oggi tutte le volte che qualcuno osa anche solo dire qualcosa che possa assomigliare a qualcosa di fascista o nazista, subito viene associato alle camere a gas. Nota a margine: leggi simili a quelle tedesche e italiane erano presenti in tutti i paesi europei e negli USA il razzismo fu legge di stato fino agli anni Sessanta.
    Ma andiamo avanti. Quell'esperienza di fatto consacrò il concetto di genocidio come crimine supremo, contro cui qualsiasi argomentazione sarebbe stata considerata inaccettabile.
    Nei tempi democratici in cui viviamo, da molto tempo le identità nazionali sono nel mirino dall'intelligenza globale. I sovranisti, a più riprese, vengono riempiti di insulti. Si cerca di dire che tra di loro ci sono sottoculturati, psicopatici. Quando un ragazzo fu ucciso qualche tempo fa, senza che la cosa avesse alcuna connessione col delitto, fu detto che era "di idee sovraniste", quasi come a voler dire "Sì vabbè, chissà cosa c'è sotto".
    Che contro le identità nazionali si covino disegni di persecuzione è cosa non di oggi. Ciò che è cambiato è che oggi si è trovato finalmente un "valido" pretesto per perseguitarle. Quale? Il non-vaccino.
    Se qualcuno un paio di anni fa avesse proposto leggi razziali contro i patrioti italiani, intesi come coloro che sono contrari all'Euro, all'Unione Europea e in generale al progressismo multicolorato, anche dall'altra parte sarebbero sorti dubbi. Invece, la questione vaccinale - che, è bene ripeterlo, per molti *me compreso* non è relativa all'utilità dei vaccini ma alla pericolosità di questo vaccino e all'inaffidabilità di questa classe politica - ha costituito per il regime in atto il pretesto che si aspettava per far fuori tutti coloro che, per spirito critico sviluppato e per una certa incapacità ad assoggettarsi alla dittatura della maggioranza (su cui Gaber scrisse cose fantastiche), rientrano in archetipi antropologici antecedenti alla questione covid. In sostanza, si stanno gettando le premesse per una Shoah contro le identità europee, senza che la si definisca tale.

    Definire i non vaccinati come i nuovi ebrei può apparire legittimamente improprio, se si guarda il dito. Certo, è ridicolo pensare che i non vaccinati costituiscano una nazione a sè, sebbene vada ricordato che gli Stati Uniti, privi di qualsiasi elemento etnico che li caratterizzi rispetto ad altri popoli, pur tuttavia hanno costruito un impero che dura da quasi duecentocinquant'anni. Il punto è che nel recinto cosiddetto "novax" o "negazionista" si è lavorato in quest'anno e mezzo per radunare chiunque già avesse opinioni critiche nei confronti nel sistema e costituire così il pretesto - di cui vediamo la coltivazione già nei media ufficiali - per praticare quella nuova shoah che oltretutto non è roba di oggi ma un piano che le elite coltivano da cento anni. Una volta stabilito che i non-vaccinati sono pericolosi per i vaccinati - e una volta o l'altra ci si dovrà pure chiedere a che cosa servano i vaccini se basta un non-vaccinato per scatenare un'altra epidemia - sarà semplicissimo chiedere ai vaccinati il consenso per perseguitare chi non ha deciso di farsi inoculare.
    Il seguito potrà sembrarvi complottistico ma a me pare palese. E quando un presidente del consiglio ma soprattutto una personalità del calibro di Draghi, con la sua storia di presidente di due delle tre più importanti istituzioni mondiali (Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea) si permette di appellare come vigliacchi persone che, a torto o a ragione, usufruiscono di quello che per ora è un diritto, a me sembra chiara la pericolosa china intrapresa.
    E non la vede solo chi non vuole vederla. Perchè chi vuole davvero vedere, ha capito. Da ben prima della vicenda Covid.

    Franco Marino
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  13. Se uno, scrivendo un articolo, lo titolasse "Questo è un articolo intelligente, scritto da un autore intelligente" rimarrebbe profondamente deluso nello scoprire che probabilmente, dei suoi lettori, a considerarlo intelligente sarà il 20-30%. Non tanto perchè potrebbe effettivamente non esserlo ma perchè la gran parte dei suoi lettori avvertirà subito l'esigenza di spodestarlo dal piedistallo. Ma se quello stesso autore subito confessa premettendo "Sono un cretino", i lettori subito empatizzeranno con lui. "In fondo è uno di noi".
    E' con questo presupposto che inizio questo articolo con una confessione: è un articolo complottista. Nel senso che non ci troverete alcun fatto ma solo le sensazioni di un signore non intelligente. Così, con due professioni di modestia (sono cretino e sono complottista), dovrei avere più benevolenza dal lettore.
    Una scusante a mio favore c'è: Il Detonatore non è un giornale ma un aggregatore di blogger. Alcuni fissi e altri saltuari. E un blogger è autorizzato a rivolgersi ai suoi lettori come fossero amici - anche perchè in alcuni casi lo sono - e non come fruitori di un servizio.
    E quando ci si rivolge agli amici, si può anche confidare di avere delle sensazioni. Che non necessariamente sono sbagliate solo perchè manca la prova regina.

    Io ho la presunzione di aver capito qual è l'obiettivo dei testimoni di GeoVax. Cogliere nella pandemia un pretesto per etichettare un dissenso antecedente alla vicenda Covid. Ho la sensazione che se prima il regime non aveva un valido motivo per menare le mani nei confronti di persone che difendevano il loro diritti di essere italiani, di credere nei valori della famiglia, di opporsi a certi eccessi del progressismo, col Covid invece, lavorando ai fianchi il dissenso per costringerlo a schierarsi con i novax, si sia colta la palla al balzo per apporre un'etichetta infamante che possa legittimare future persecuzioni.
    Dio, patria e famiglia oggi sono associati agli untori, ai negatori del Covid, ai non renitenti alla leva vaccinale e io sinceramente ho la sensazione che la cosa non sia affatto casuale.
    L'anticomplottista crede che tutto avvenga per caso, il complottista invece crede che nulla avvenga per caso. Anticomplottismo e complottismo sono l'ideologizzazione metodologica di dibattiti che dovrebbero avere un unico obiettivo: la ricerca della verità. Ma mai come stavolta il sospetto complottistico mi divora. La sensazione che sia stato creato un virus violento a sufficienza per provocare un allarme ma non troppo per scatenare un forte dissenso. Perchè se questo virus fosse stato contagioso come il Covid ma incurabile come l'AIDS, state pur certi che non ci sarebbe alcun dissenso. Invece col Covid forse l'obiettivo era questo: radunare i tanti dissidenti in un recinto, mettere loro l'etichetta di no-vax e perseguitarli. E, già che ci si trova, sospendere un po' di diritti, cosa che *al potere non dispiace mai*.

    Quella di sopravvalutare l'intelligenza umana è forse il principale punto debole del complottismo.
    Per fortuna, a volte non esistono i complotti ma soltanto una gran massa di cretini ipocondriaci con pericolose pulsioni autoritarie.
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  14. La democrazia viene impropriamente confusa col diritto da parte di chiunque di opporsi alla volontà dominante, sempre e comunque. E naturalmente non è così. Per democrazia si intende, etimologicamente, il potere del popolo e dunque la facoltà di scegliersi i propri governanti. Che, vincendo le elezioni, conquistano il comando delle operazioni che, viceversa, in una dittatura spettano al capo vita natural durante, fintanto che questi non venga rovesciato oppure – raramente ma accade (fu il caso di Francisco Franco) – decida di abdicare.
    Una volta che la maggioranza si forma, questa ha il potere di governare e dunque di prendere decisioni che inevitabilmente impattano anche sulla minoranza. Che a quel punto si troverà di fronte ad un bivio: o le rispetta o inevitabilmente si pone al di fuori delle regole. Se un Parlamento decide, in maggioranza, che gli italiani si debbano obbligatoriamente vaccinare, ai dissenzienti non rimane che espatriare oppure ribellarsi anche in maniera violenta. Ma certamente, si porranno al di fuori della democrazia.
    Qualcuno ha osservato che anche nelle dittature avviene questo. Che un tiranno deve comunque godere di un consenso che viceversa lo farebbe capitolare sia per mano di nemici interni, sia ad opera dei dissidenti. Ma la differenza è che nelle democrazie, che peraltro sono convenzioni scritte facilmente sabotabili, esistono delle regole che la maggioranza deve rispettare, proprio per consentire che la minoranza possa organizzarsi e divenire maggioranza.


    E’ con questa premessa che bisogna rispondere alla domanda: siamo ancora in democrazia? In un regime liberale? E la premessa di cui sopra, risponde agevolmente alla domanda.
    Ritorniamo al punto di fondo, cioè all’obbligo vaccinale, ripetendo la premessa: se la maggioranza deciderà per l’obbligo vaccinale, la minoranza avrà l’obbligo di accettarlo. Non è qui che si vedrà se la democrazia è stata rispettata. Una democrazia si vede in base a come si raggiunge quella maggioranza. Su un tema così cruciale come la decisione di imporre un trattamento sanitario obbligatorio non privo di potenziali rischi, oltretutto riguardante un diritto costituzionale, la discussione in una democrazia deve condursi sui binari del rispetto reciproco.
    In quest’anno, invece, abbiamo assistito a continue violazioni istituzionali e costituzionali. Presidenti del consiglio hanno abusato della decretazione d’urgenza per limitare le libertà fondamentali dell’individuo. Virologi mediatici hanno irriso chiunque – compresi loro colleghi – osasse porre dubbi sulla gestione generale dell’emergenza e sulla sacralità dei dogmi medicalmente corretti. Il paese è stato trascinato sull’orlo di una guerra civile che da fredda potrebbe diventare calda. E se un mio vecchio amico, un serbo trapiantato in Italia, mi scrive dicendosi fortemente preoccupato che questo paese sprofondi in una guerra civile simile a quella che ha dilaniato la Jugoslavia – e lo dice uno che ha vissuto i momenti ad essa antecedenti – è facilissimo rendersi conto di come questa situazione stia divenendo preoccupante.
    In questo modo, si può ancora parlare di democrazia?
    In un paese dove le regole funzionano, ognuno dice la sua ma nel rispetto delle opinioni altrui. Se si debbono imporre limitazioni che toccano le libertà più tipiche di una democrazia, tutto questo non si decide abusando di una misura emergenziale quale il decreto legge. Si discute la cosa nelle aule parlamentari, seguendo un processo ordinario e sottomettendosi ai bilanciamenti che la Costituzione prevede quando si modifica la Costituzione: ossia una maggioranza rafforzata e la possibilità di indire un referendum.
    In un paese dove le regole funzionano, i virologi che si permettono di irridere e offendere quelli che hanno deciso di non vaccinarsi, compiendo una scelta discutibile quanto si vuole ma legittima, non vengono lasciati a scorrazzare per l’etere senza che qualcuno gliene chieda conto.


    Il processo di formazione delle opinioni non è mai stato sereno e rispettoso. Dunque non è mai stato democratico. Perchè la democrazia che, lo ripetiamo per l’ennesima volta, non è un’eterna discussione ove tutti hanno diritto di veto ma è semplicemente un processo decisionale che segue determinate regole, si distingue dalle dittature proprio per come si formano le opinioni.
    Non è democratico un paese dove si ricatta la popolazione, limitando per decreto legge le libertà dei singoli. Non è democratico un paese dove in barba al principio giuridico che la responsabilità penale è personale, si spiattellano sui media foto e video di assembramenti dicendo “Se si continua così, dobbiamo chiudere tutto”, invece di rintracciare i suddetti assembratori e punirli.
    Non è democratico un paese ove si lavora ai fianchi lo spirito critico dei cittadini, criminalizzando qualsiasi forma di diversione dal pensiero unico.
    La fine della democrazia non avverrà quando si introdurrà l’obbligo vaccinale. Perchè la democrazia è finita ormai da decenni. I punti di non ritorno che questo paese ha percorso sono ormai numerosi e persino antecedenti al Covid. Ma soprattutto, la democrazia finisce ogni qualvolta si persegue e si perseguita qualcuno perchè ha idee diverse. Presi come erano a combattere giustamente le discriminazioni più di moda nella cultura liberal, tutti si sono dimenticati di quella più importante: la discriminazione politica.
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  15. Quando ero ragazzino, avevo una motocicletta – la gloriosa Moto Guzzi Nevada – che ad un certo punto prese a non funzionare più come si doveva. La portai da vari meccanici i quali si prendevano un fottio di soldi per risolvere solo sul momento il problema in modo che si ripresentasse in seguito. Finchè un giorno mi scocciai e decisi di fare da solo. Chiesi aiuto su un forum dedicato a quella moto, descrissi con dovizia di particolari il problema e un altro appassionato che aveva avuto lo stesso identico problema alla centralina – diversamente da me, però, sapeva metterci mano – molto gentilmente mi contattò in privato e mi guidò per videotelefono, dicendomi come risolverlo. Io applicai alla lettera le sue istruzioni e lo risolsi. Definitivamente.
    Quell’esperienza mi ha dato una sana diffidenza nei confronti di qualsiasi esperto che campi della sua materia di esperienza. Un esperto di moto ne capisce sicuramente molto di più di uno che esperto non è. Ma proprio per questo a volte può approfittarsene molto facilmente. E se qualcuno sostiene che sia possibile affidarsi ai feedback e alle referenze, forse ignora quel suggerimento proverbiale secondo cui “Prima fatti la nominata e poi vendi il vino aceto”. Molti all’inizio si creano una fama, poi iniziano ad approfittarsene. Allungando il vino.



    Quando abbiamo a che fare con i medici, in automatico siamo portati a pensare che siano brave persone, dotate di grande moralità. La figura del medico gode di un’indiscutibile prestigio morale. E quando un’intera classe politica ripete all’unisono che bisogna affidarsi alla Scienza (come se fosse una e indivisibile) lungi dal limitarsi ad affermare una sesquipedale scemenza, mostra esattamente quanto dura a morire sia il pregiudizio positivo – smentito dalla storia in più di una circostanza – che la scienza possa essere composta solo da persone oneste e ben disposte.
    Naturalmente, in questo articolo non si vuole crocifiggere in massa i dottori in medicina nè tantomeno consigliare alle persone di rivolgersi ai fattucchieri. Anzi, io personalmente non ho un rapporto conflittuale con nessun medico perchè non li ho mai sopravvalutati nè nel bene nè nel male. Non mi metto mai sull’attenti ogni volta che Burioni pontifica qualcosa su Twitter e allo stesso modo non mi aspetto mai l’impossibile dai suoi colleghi. Mio padre aveva 67 anni quando si ruppe il femore, e aveva il morbo di Parkinson. Che in quelle condizioni tornasse non dico a giocare a tennis come da giovane ma che almeno recuperasse un’accettabile normalità era impensabile. Non ho mai preteso, per dire, che il neurologo che curava la malattia di mio padre e il fisioterapista che ne seguiva la riabilitazione dopo la frattura, lo guarissero. E se avessi preteso questo da un esperto, avrei meritato le peggiori contumelie. Che anzi, se si fosse espresso in questo modo, la prima cosa che avrei fatto è controllare se non fosse un impostore.
    Realisticamente, ho sempre visto i medici come dei supermeccanici del corpo umano che spesso e volentieri si vedono consegnare macchine ridotte una schifezza da pessimi piloti. O semplicemente usurati dall’ineluttabile trascorrimento degli anni. Il problema è che spesso, proprio come i meccanici, i medici, consapevoli del proprio ruolo, possono anche speculare su un paziente, rovinandogli la vita. Tutto sta nel saperlo e nel saper riconoscere i disonesti. Che esistono in qualsiasi branca dello scibile umano. Come nella gag di Ficarra che dice a Picone “Quello del medico è un brutto mestiere perchè se guarisci il paziente lo perdi ma lo perdi anche se muore. Infatti il segreto è tenerlo in agonia”.


    Al riguardo del Covid, esiste il pregiudizio positivo che i medici siano tutti interessati al bene dei pazienti. Che gli scienziati vogliano davvero contribuire al progresso della medicina. E questa presunzione è semplicemente ingenua. Non perchè la medicina sia composta da farabutti ma perchè è fatta da esseri umani. Con le loro vanità e con i loro interessi. Con i loro sfizi da togliersi. E questo non è un problema solo della medicina.
    Si è spesso, per esempio, scritto sull’importanza che in questo paese “tornasse di moda la competenza” e si è dunque molto corsivato sulla fattuale incompetenza dei grillini. O anche di alcuni sindaci come la Raggi, per esempio. Dimenticando che quella povera signora, apparsa sin dalla campagna elettorale chiaramente inadeguata al compito, pur tuttavia ha ereditato una città ridotta allo sfascio non da lei ma dai cosiddetti competenti. Che però hanno messo la propria competenza al servizio dei propri interessi e dunque a danno della collettività.
    Ora che c’è Mario Draghi tutti applaudono alla competenza che è tornata a Palazzo Chigi. Dimenticando che il punto non è se Draghi sia o meno competente ma se sia davvero intenzionato a fare il bene esclusivamente o quantomeno prevalentemente di questo paese. Cosa niente affatto scontata. E’ sufficiente che Draghi sia convinto che l’Italia vada liquidata in nome di un interesse superiore ed ecco che questo paese verrà distrutto. Da un competente.


    Essere esperti non è garanzia di onestà. Come i politici, anche i medici non sono santi ma sono professionisti. Sono come dei meccanici, solo che invece di riparare le moto, vengono pagati per riparare il corpo umano. E potrebbero benissimo, in nome del profitto, tenerlo in agonia come nella gag di Ficarra e Picone, esattamente come quel meccanico si faceva pagare per non risolvere il problema della mia moto.
    Non occorre affidarsi solo ad un bravo medico. Ma anche ad un medico interessato prima alla salute del paziente che a quella del suo conto corrente.
    E mai come nel caso del covid, la scienza è oberata di sospetti sulla propria moralità.
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  16. Quando nel 1989 cadde il muro di Berlino, non ero grande a sufficienza per capire cosa questo significasse ma non ero neanche troppo piccolo per non rendermi conto che si stava comunque assistendo alla fine di un'epoca. Quell'evento fu puramente simbolico anche perchè la riunificazione della Germania avvenne l'anno dopo e il collasso dell'URSS - che era iniziato già da anni - avvenne nel 1991. Ma quando, da grande, ebbi modo di accedere agli archivi degli articoli dei giornali italiani in orbita sovietica immediatamente antecedenti al crollo del Muro (1988 e primi mesi del 1989) notai immediatamente come gli intellettuali comunisti vivessero nella sincera convinzione che il loro mondo sarebbe durato in eterno.
    Quanto sopra ci dice una cosa: gli intellettuali hanno raramente coscienza di ciò che potrebbe avvenire a breve termine. Nel 1937 nessun giornalista si rendeva conto che sarebbe arrivata una guerra che avrebbe cambiato i destini dell'umanità. E se non si intuì l'arrivo di una guerra e la fine di una potenza geopolitica mondiale, come ci si può stupire che gli intellettuali occidentali si scoprano sorpresi da quanto stia accadendo a Kabul?
    Del resto, che quella in Afghanistan non sia una sconfitta come le altre e soprattutto non fosse attesa dai media mainstream, lo si vede dall'isterismo con cui TV, giornali e social, stanno trasversalmente reagendo. Destra e sinistra sono concordi nel ritenere il ritiro degli USA l'inizio di una lunga serie di guai per l'Occidente. E le motivazioni sono molteplici, a partire dalla definizione stessa di Occidente e di Cultura Occidentale. Ma non è niente di nuovo per chi ha sempre cercato di rifiutare le narrazioni dominanti.



    Partiamo dalla premessa. Occidente, nel Bene e nel Male, è Stati Uniti. Che per i loro interessi certamente, hanno garantito il benessere e la sicurezza dei paesi europei, disarmati dalla seconda guerra mondiale, e privati delle loro colonie - e dunque della possibilità di costruire economie autosufficienti - dunque incapaci di provvedere da soli al proprio sostentamento e alla propria difesa. Come era ovvio che fosse - e l'innaturalità di una condizione favorevole susseguente ad una guerra perduta avrebbe dovuto far riflettere - il tutto non era gratuito ma finalizzato ad uniformare la cultura europea a quella americana. Da cui nasce la cosiddetta nozione dei "diritti umani" e dunque la sacralità dell'individuo, da difendere ad ogni costo da teocrazie e socialismi reali.
    Ma un diritto è una legge. Una legge è semplicemente la volontà di uno stato. E lo stato non è che la fazione militare più forte di un determinato territorio. Stabilito questo, sillogisticamente è dimostrato che un diritto ha senso quando trova una forza militare disposta a difenderlo e perseguire i trasgressori.
    In diritto internazionale, il concetto di diritto (morale o materiale) non ha il minimo senso, come forse non lo ha il concetto stesso di diritto internazionale. Perchè tutto si basa sui rapporti di forza tra i paesi. Lo si è visto nella vicenda dei marò italiani. Gli indiani li hanno trattenuti in plateale e palese violazione del diritto internazionale. Se il diritto fosse stata una cosa neutra, sarebbero stati liberati immediatamente. Invece, mancando carabinieri internazionali neutri, tutto è dipeso dai rapporti di forza. Se i marò fossero stati americani o cinesi, c'è da scommettere che sarebbero tornati a casa dopo pochi giorni. Essendo italiani, sono tornati a casa dopo anni.


    Ne ricaviamo dunque un punto: i diritti umani hanno senso quando c'è chi li difende. Perchè ha interesse a farlo. Perchè ne ha la forza. Gli americani, bisogna essere chiari su questo punto, non hanno mai difeso l'Europa per beneficenza. Sembra banale dirlo ma non in un paese che ancora crede alla Liberazione. Pochi sembrano rendersi conto che il patrimonio di diritti e di averi di cui godiamo non è naturale ma è stato drogato dalla finanza americana e dalla NATO allo scopo di tenere i paesi europei lontani dalle seduzioni del socialismo reale. Crollata l'URSS, gli americani hanno chiesto il conto. In una prima fase, quando non c'erano paesi in grado di resistere loro, hanno cercato di devastare le sovranità nazionali, costringendo i paesi a privatizzare le industrie nazionali e a togliere diritti ai lavoratori. In una seconda fase, resisi conto dell'infattibilità di un imperialismo americano su scala globale, hanno iniziato ad andarsene, nel frattempo cercando di inquinare i pozzi.
    L'Afghanistan, che è solo uno dei fronti da cui gli americani si stanno ritirando, dimostra che lo Zio Sam non ha più questo interesse. Si potrebbe discutere all'infinito sul fatto che questo ritiro derivi da una volontà isolazionistica che peraltro in America ormai è in atto da oltre dieci anni, cioè dalla conferenza di Davos del 2009 oppure da una multipolarizzazione del mondo. Forse le due cause sono conseguenziali e complementari. Chissà. Ma il dato di fatto è che la vicenda dell'Afghanistan mostra un'America che, per debolezza o mancanza di volontà, non si sta soltanto ritirando da un territorio ricco di risorse ma da una mentalità. In quanto tale, non è più intenzionata a garantire la sicurezza di diritti che non sono universali ma semplicemente espressione della cultura occidentale.
    Il fondamento dell'Occidente per come lo abbiamo conosciuto, o meglio per come ha preteso di farsi conoscere, era quello di mettere almeno formalmente - la realtà è ben più complessa - l'individuo al centro della società. Per tutte le altre culture, gli individui sono nullità al servizio di qualcosa di alieno alla propria individualità psicofisica. Che può essere lo Stato come nel socialismo reale oppure Dio come nelle teocrazie.
    E intendiamoci bene, queste società non sono dirette da stupidi.
    Un'intervista a Khomeini, realizzata da Oriana Fallaci, è stata utilissima per capire che il timore (giustificato) di quel grande ayatollah era che l'umanità, secolarizzandosi, cioè scegliendo la conoscenza e ripudiando Dio, cadesse in una dannazione molto più profonda di quella rappresentata dal predominio della fede.


    L'Occidente nel corso di questi secoli in cui è divenuto miscredente, ha certamente allungato la durata della propria esistenza, ha guarito molte malattie, ha migliorato il proprio benessere per ciò che concerne gli anni migliori della propria vita. Ma non è mai riuscito a rispondere alla domanda "Che senso ha tutto questo. Per cosa viviamo?". Piombando in una profonda crisi esistenziale.
    L'ansia che le persone hanno di sopravvivere a tutti i costi al Covid, anche a fronte di una vita resa impossibile da restrizioni, anche nella prospettiva di una terza età resa infernale dalle menomazioni e dalle malattie tipiche dell'invecchiamento, estrinseca alla perfezione la cultura individualistica dell'uomo occidentale medio che vive unicamente per se stesso e non per uno scopo. E se a questo aggiungiamo che il modello occidentale è economicamente insostenibile perchè basatosi su uno sfruttamento intensivo di risorse limitate, a cui è corrisposto un abnorme aumento della popolazione, possiamo capire benissimo come l'Occidente stia pericolosamente agonizzando.


    Gli Stati Uniti hanno perso la guerra in Afghanistan per lo stesso meccanismo su cui si basa la propria essenza: l'universalità della propria cultura, del proprio modo di vivere. Il medesimo meccanismo che ha portato alla caduta del Muro di Berlino e dell'URSS e che inevitabilmente avrebbe portato alla fine anche dell'Occidente. Perchè i muri non cadono mai da un solo lato.
    Dopodichè, è difficile capire se gli stessi Stati Uniti siano in pericolo. La mia personale convinzione è che vadano incontro a qualcosa di molto simile alla crisi dell'URSS. Subiranno dei ridimensionamenti, avranno un periodo di crisi per poi riemergere parzialmente tra un paio di decenni, forti ma non più su scala globale come un tempo. Più simili alla Russia dei tempi d'oro di Putin, per capirci.
    Quello che a me pare evidente è che l'Occidente, perlomeno quello che conosciamo, sia morto a Kabul in questi giorni. Così come a Costantinopoli i teologi discutevano del sesso degli angeli con i turchi alle porte, in Europa discutiamo di fesserie ignorando la presenza di popoli che, ben sapendo che non c'è più nessuno che ci difenderà, sono pronti a prendersi tutto ciò che abbiamo immeritatamente avuto in questi decenni.

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  17. Odio l’estate. No, non sto cantando l’ormai ultrasessantennale successo estivo di Bruno Martino. E’ per chiarire che sono tutt’altro che un fan del caldo e che la prospettiva di una rinfrescata mi vedrebbe tra i più scalmanati ultrà. Le alte temperature sono per me un’autentica maledizione che ogni anno mi fa tirare fuori un nuovo acciacco dal mio armadio, slatentizzando problemi che certo non sono colpa del caldo in sè ma che le temperature folli dei mesi estivi di sicuro non aiutano a stemperare. Quest’anno è il turno di un orrendo mal di denti che mi perseguita da un mese abbondante e che probabilmente si concluderà col tiraggio di un premolare, con tutto ciò che ne consegue. Insomma, l’estate per me è un tormento. Da sempre.
    Tutto questo per chiarire che se domani i notiziari mi garantissero che i prossimi anni vedranno una riduzione delle temperature – niente di eclatante, a 25 gradi starei divinamente – personalmente stapperei una bottiglia di spumante. Anzi mi attiverei volentieri per contribuire al rinfrescamento. Il punto è come si tenta di conquistare il mio consenso in una battaglia ideologica.
    Di fronte a certi temi, io sono come un cavallo. Tutto sta nel sapermi…montare. Se è un Alessandro Magno in grado di trattarmi col riguardo che l’originale riservò a Bucefalo, di cui l’imperatore intui la paura della propria ombra capendo così l’origine della sua inquietudine, potrei anche morire in battaglia con lui come quel famoso cavallo morì per il suo illustre padrone. Se invece il cavaliere mi prende a frustate, automaticamente mi irrigidisco e divento ingestibile. Se, per esempio, i teorici del covidvaccinismo fossero educati, sereni, per nulla ideologici, non dico che riuscirebbero a convincermi facilmente ma, quantomeno, aprirebbero in me degli squarci. Invece scelgono la strada dell’aggressione mediatica, qualche volta fisica e così inizio a scalciare come un cavallo che rifiuta l’ostacolo.


    Saltate le digressioni personali, cominciamo dalle domande fondamentali: c’è un riscaldamento globale sulla Terra? E’ colpa dell’uomo? Cosa può fare l’uomo per porvi rimedio? A proposito della prima domanda, occorre rispondere che le statistiche parlano chiaro: il riscaldamento c’è. Sfortunatamente questo non chiarisce la questione perchè la vera domanda è se questo riscaldamento durerà. E anche su questo i dati parlano chiaro: il riscaldamento – che c’è, ripeto – tuttavia sta diminuendo. Le estati si stanno riscaldando, le temperature medie aumentano ma meno che in passato ed è dunque plausibile pensare che, se questo trend dovesse essere mantenuto, a lungo termine si andrà incontro ad una glaciazione. A dispetto di quanto tutti credano.
    In merito alle colpe dell’uomo, va premesso che la Terra ha sempre vissuto periodi di intenso riscaldamento alternati a glaciazioni. Che peraltro si misurano nell’arco di migliaia se non di milioni di anni. La Terra è stata molto più calda e molto più fredda di oggi. E in periodi in cui l’uomo era molto più raro e possedeva molti meno mezzi di oggi.
    Nulla prova, dunque, che la causa del riscaldamento sia la presenza dell’uomo – che solo negli ultimi cento anni ha conosciuto un abnorme aumento – chè anzi, proprio quanto detto poco sopra, costituisce un indizio circa la sua innocenza. L’uomo potrebbe esserne la causa, potrebbe esserne una concausa come potrebbe addirittura non entrarci nulla.
    E una volta appurato che ne fosse causa o concausa, come potrebbe porvi rimedio? Di sicuro con nulla che abbia a che fare con l’elettrizzazione di ogni aspetto della propria vita consumistica. Produrre energia elettrica, definita con sicumera come pulita, richiede l’utilizzo di tecnologie molto più costose e inquinanti dell’attuale consumo di combustibile fossile. La produzione di anidride carbonica, per dire, si decuplicherebbe.
    Riprova: come mai gli Stati non ci spingono a riscaldare gli appartamenti con l’elettricità? Se l’elettricità ci costasse quanto il gas, ne saremmo tutti felici. Ma i governi nemmeno se lo sognano proprio perché l’elettricità prodotta per riscaldare gli edifici provocherebbe, a parte il costo, una produzione di CO2 considerevolmente più grande di quella che gli edifici immettono nell’atmosfera consumando direttamente i gas che dovrebbe produrre l’elettricità. L’unica fonte di energia elettrica che non produce CO2 ed è costantemente disponibile è quella nucleare, ma proprio l’ecologismo l’ha stramaledetta. Oltretutto costringendoci, per ripiegare sul petrolio, ad amicare con i peggiori satrapi mediorientali che conoscendo i bisogni dei paesi europei, ovviamente se lo fanno strapagare. Con tutte le conseguenze geopolitiche del caso.
    Poi ci sono le energie rinnovabili. Che, a parte essere TUTTE molto più costose del gas e del carbone – basti pensare a quanto costano i mulini eolici e i pannelli fotovoltaici – vengono sovvenzionate dallo Stato proprio perchè i cittadini, fatti i conti della serva, se ne guardano bene dal servirsene. E poi le energie rinnovabili non sono costanti. Il sole ogni tanto è più riservato di Lucio Battisti e si ritira dietro le nuvole proprio come quel grande cantautore si nascondeva nella sua villa in Brianza. Specie nel periodo invernale.


    Se tutti hanno bisogno di incentivare l’ecologia è perchè ad oggi non è economica. Infatti nessuno si strapazza a dire di preferire i supermercati ai piccoli negozi, per la semplice ragione che i supermercati, costando di meno, sono più appetibili delle vecchie botteghe della nonna.
    Naturalmente, nessuno dice che non si debba essere sensibili all’ecologia. Non fosse altro perchè l’etimologia rimanda a “studio della casa”, cioè estensivamente l’ambiente in cui l’uomo razzola. E’ giusto e opportuno limitare la pesca perchè se esageriamo nel pescare, non avremo più cosa pescare. In questo senso, è razionale che chi va a pescare i ricci mentre questi si accoppiano, non vada certo decapitato ma quantomeno stangato. Così come è lodevole rifiutare la plastica e sostituirla con la carta biodegradabile.
    Ma obbligare le persone a buttare le proprie auto e sostituirla con automobili elettriche, è una follia che del resto, conti alla mano, si traduce in una spesa in bolletta per i poveri cristi che non possono permettersele e che va a vantaggio di quei ricchi che invece potranno comprarle.


    Infine, mi infastidisce enormemente quel tipo di ecologismo misoneista che tratta l’uomo come un abusivo sul pianeta. Una bestia colpevole di tutto. E sì, siamo animali come tutti gli altri ma proprio per questo non abbiamo meno diritti degli altri. E così come il leone insegue la gazzella e la accoppa per papparsela, così è del tutto lecito che l’uomo predi i polli e i bovini per nutrirsi. E per fortuna che nessuno ha ancora creato il reato di zanzaricidio ma qui è lecito sospettare che il fastidio concreto che quelle minuscole bestiole provocano, irriti anche il più scalmanato animalista. E quindi, spero almeno fin quando sarò in vita io, potremo continuare a schiacciare quegli insopportabili animaletti.
    Naturalmente nel consumare carne ci si può limitare, sia per amore degli animali, sia per la spesa a carico del pianeta: produrre un chilo di carne “costa” alla Terra infinitamente di più di un chilo di grano. Analogamente non è una cattiva idea avere controsoffitti, doppi vetri alle finestre e via dicendo, ma senza dimenticare che gli eventuali incentivi sono a carico anche della povera gente che non può permetterseli.

    L’ecologia sarà accettabile quando sarà razionale ed economicamente conveniente. Se invece è una fede, mi spiace deludere i testimoni di Greta: appartengo alla ristrettissima categoria di persone che pur avendo smesso di credere in Dio, non per questo credono a tutto ciò che gli raccontano. A maggior ragione se provengono da una bimba svedese troppo giovane per non far sospettare che sia radiocomandata.
    “Sono amico di Platone, ma sono molto più amico della verità” (cit.)
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  18. Sin da piccolissimo, ho un’idiosincrasia totale per il cavolfiore e in generale per tutte quelle verdure che appartengono alla medesima famiglia. Già solo la vista mi disgusta, l’odore è sufficiente a nausearmi e il sapore che ve lo dico a fare. E’ tale il fastidio che mi dà il cavolo che neanche la prospettiva di sapere che è un ottimo alimento antitumorale riesce a farmelo piacere.
    Ricordo che tutti ci hanno provato in tutti i modi a propormelo, dicendomi “Francesco, guarda che è buono il cavolo” e ricevendo in cambio l’immancabile risposta: “Già il fatto che hai bisogno di dirmi che è buono, è una garanzia che anche tu sai che fa schifo”. Infatti quando poi qualcuno cucina le cotolette o compra la mozzarella di bufala, non ha certo bisogno di salmodiarne la bontà. Sono io stesso a gettarmi su di esse a capofitto.
    Certo, poi i gusti cambiano. Io il pesto alla genovese l’ho mangiato per la prima volta a ventitre anni. Non ho avuto bisogno che qualcuno mi convincesse della sua bontà. L’ho scoperta da solo.



    Queste bagattelle in fondo conviviali e familiari mi hanno sempre dato la contezza di una cosa che non mi ha mai abbandonato neanche in vicende ben più serie. Ho sempre diffidato, per esempio, delle pubblicità. Da persona che se ne occupa per mestiere, dovendo massimizzare i profitti delle comunità virtuali che si affidano a me, tutto ciò che ho capito della pubblicità è che quanto più si deve spendere per pubblicizzare un prodotto, meno quel prodotto è appetibile. Un prodotto che funziona non ha bisogno di pubblicità invadenti, aggressive: si pubblicizza da solo. E’ la gente ad andarlo a cercare, non aspetta che arrivi il messaggino pubblicitario. Quando qualche anno fa mi affidarono la campagna promozionale di un e-commerce di telefonini, con soli 200 euro di spesa praticamente ottenni centomila like su facebook. Con l’e-commerce ben lieto di retribuirmi generosamente per il mio lavoro. La verità è che io non avevo alcun merito, erano i prezzi dei telefonini ad essere particolarmente concorrenziali, si era sparsa la voce e quel negozio era stato inondato da richieste. E io mi sono intascato un premio ben oltre i miei effettivi meriti.
    Lo stesso principio ha regolato il mio rapporto con la religione. I momenti in cui sono stato più lontano da essa è stato quando si cercava di aggredire i miei dubbi di scettico, facendomi sentire fuori posto, quasi come se l’ignorante fossi io, non chi crede a verità non dimostrate e non dimostrabili. Quando invece le persone che volevano convertirmi, avevano l’aria sincera di volerlo fare per il mio bene, quello è il momento in cui mi sono avvicinato di più.



    Per il covid si potrebbe fare il medesimo discorso. Se fosse la malattia pericolosa che è, non ci sarebbe bisogno di comunicazioni aggressive, di programmi ad esso dedicati, di testimonial che a tutte le ore del giorno e della notte ci tempestano sulla pericolosità di questa malattia e sull’importanza di vaccinarci.
    La realtà, pura e cruda, è che il covid è una malattia di modestissima entità, resa pericolosa soltanto dalla sua elevata contagiosità. Per il resto, è un banale virus influenzale che nella stragrande maggioranza dei casi si risolve in una guarigione totale, spesso persino spontanea. E i cui effetti sono confinati prevalentemente a persone già predisposte. Se invece di essere la malattia che è, fosse pericolosa come l’HIV e provocasse le medesime sofferenze, state pur tranquilli che non ci sarebbe bisogno di tutto questo terrorismo a tutte le ore. Io non ho avuto bisogno di ordinanze, di DCPM, di sguardi corrucciati per sapere che l’AIDS è una malattia pericolosa. Mi è bastato vedere Freddie Mercury sfarinarsi davanti ai miei occhi di fan quando vedevo i video promozionali delle sue ultime canzoni. O andare con la scuola al Cotugno a visitare i malati di AIDS. In quel momento ho capito la gravità della situazione e dunque ho preso le mie precauzioni, cercando di non andare a letto con la prima zoccola che conoscessi e per fortuna, almeno sul versante delle malattie sessualmente trasmissibili, sono sempre stato sano come un pesce.



    Quando qualcuno ci decanta le sue virtù o le qualità negative dell’avversario, la prima reazione della persona saggia è diffidare. Le virtù non si decantano, esistono. E nella propria essenza, conquistano il favore del destinatario. Le “virtù” negative del covid ad oggi sono confinate prevalentemente nell’aggressiva comunicazione dei virologi di propaganda. Un giorno ci viene detto che il covid così, il giorno dopo che il covid cosà. Quelle del vaccino ad oggi sono confinate prevalentemente nella spocchia e nell’arroganza di coloro che si sono vaccinati. Perchè per il resto NESSUNO può garantire il vaccinando circa la mancanza di effetti a lungo termine, tant’è che le principali case produttrici, all’atto della vaccinazione, fanno firmare ad ogni vaccinato una malleva che le esonera da eventuali responsabilità penali. Nè più nè meno di quando, dopo avervi rimbecillito sui benefici di un determinato farmaco, a velocità supersonica vi vengono elencati a voce o per iscritto gli effetti collaterali.


    Se i teorici del vaccino fossero educati, pacati, se non cercassero di fare terrorismo psicologico a tutte le ore in TV, non dico che mi convincerei che effettivamente ci troviamo di fronte alla peste del secolo – perchè una baggianata rimane tale anche se presentata con educazione – ma forse avrei qualche dubbio in più. Invece hanno scelto una comunicazione suicida, hanno trasformato il covid e il vaccino in una religione – fino a perseguitare il povero De Donno, oggetto in questi giorni di tweet e di post sui social vergognosi sul suo conto – e il risultato è che, come in ogni religione, si è creato un ampio fronte di non credenti. Che non si convertono certo con le stramaledizioni. La verità non ha bisogno di urlare, di minacciare, di insultare. E la realtà è che, come accadeva quando mi vantavano le virtù del cavolo, quando qualcuno insiste troppo nel convincermi di qualcosa, ottiene l’esatto opposto.
    A tutti gli altri auguro una buona permanenza nella sala del regno dei Testimoni di GeoVax.
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  19. Uno degli errori più comuni è quello di vivere in un periodo unico e irripetibile della storia. Fu questo gigantesco equivoco a far scrivere a Fukuyama che la storia fosse finita. Per cui molti credono che gli ebrei abbiano goduto sempre del rispetto e della stima di cui godono oggi. Che certe cose che oggi troviamo assurde, lo fossero al tempo in cui sono accadute.
    In realtà, se si va a ritroso nella storia, si scopre che tutta l’intelligentia prenazionalsocialista, a partire dalla stessa filosofia tedesca, sugli ebrei dice cose che farebbero impallidire Hitler, che anzi probabilmente si ispirò a tutta quella branca per autorevolizzare il proprio antisemitismo. Il punto è che, secondo l’opinione comune del tempo, gli ebrei erano un problema. Erano pericolosi e dunque andavano emarginati.

    Il paragone tra non vaccinati ed ebrei e dunque tra l’attuale dittatura sanitaria e il nazismo sta andando molto per la maggiore. E al di là dell’artifizio dialettico di accostarli per denunziare le pulsioni autoritarie che come nuvole si addensano all’orizzonte, il paragone potrebbe in effetti apparire forzato se non fosse che, in realtà, i non vaccinati sono soltanto l’ennesima declinazione della razza degli apoti, per dirla con Prezzolini, cioè quelli che non la bevono.
    Una nazione non nasce soltanto per elementi etnici ma anche per un comune spirito morale. Gli inglesi che abbandonarono la madrepatria, trattati come paria, non erano diversi dagli inglesi rimasti in patria sul piano etnico, linguistico e culturale. Ma se, successivamente, fondarono gli Stati Uniti – che hanno pochi elementi etnici e culturali che li uniscano – riuscendo a costituire a tutti gli effetti una nazione, ciò è stato possibile in quanto erano uniti da qualcosa che è più importante dell’elemento etnico: una comune morale, spesso discutibile nel popolo americano, ma fortemente presente ed influente, nel registrare i fatti del mondo e nell’interpretarli al fine di definire la propria politica estera.
    Analogamente, ritenere gli apoti una nazione, alla luce di quanto sopra, non è strano nè assurdo. Perchè gli apoti sono una razza e una cultura a parte. Non allineandosi acriticamente ad ogni cosa che dice il governo, di fatto costituiscono una razza, anzi una specie completamente diversa da coloro che, invece, scelgono di credere a tutto. E questa razza, in questi anni, si è vista stringere al collo dalla tirannia finanziaria – che negli ultimi mesi si è declinata in tirannia sanitaria – la corda del politicamente, sessualmente, finanziariamente e medicalmente corretto.
    La diatriba vaccino-sì vaccino-no è solo la fase, forse finale e decisiva, di una lunga operazione di diffamazione del dissenso che nasce a monte. I non vaccinati di oggi sono gli antieuropeisti di ieri, definiti sovranisti psichici. Sono gli anti-antifascisti dell’altro ieri, definiti fascisti. Per ogni categoria dissidente, c’è una definizione diffamante. Solo che era difficile, anche per la vasta eterogeneità di ogni gruppo di dissenso, trovare un pretesto che lo identificasse in blocco, per poi soffocarlo compattamente.
    Il covid ha costituito il pretesto per creare, finalmente, gli ebrei 2.0 con cui prendersela: i non-vaccinati. E non deve sorprendere perchè è una costante di ogni regime, quando occorre regolare dei conti, scegliere di categorizzare un gruppo di persone. Per rendere riconoscibile il “nemico”. Perchè l’odio funziona come meccanismo di prossimità. Odiamo chi è visibile, chi possiamo toccare, chi possiamo perseguitare, chi può essere bersagliabile dalla nostra adrenalina. Non perdiate tempo a spiegare che la colpa di questa crisi sia dei giochini di qualche finanziere oltreoceano. O della Cina. Nessuno spreca energie mentali e fisiche per unirsi alla lotta contro un nemico lontano diecimila chilometri. Dovete trovargliene uno visibile, a portata di mano, di pugnale, di gas.

    Questo è esattamente ciò che chi irride il collegamento tra nazismo e sanitarismo non riesce a comprendere. Quando un popolo come quello ebraico riesce a farsi odiare da interi popoli, questo non giustifica certo il genocidio ma certamente autorizza lo storico più o meno professionista a porsi delle domande: e in tal senso la mia risposta, di storico che professionista non lo è per niente ma non per questo rinuncia a chiedersi il perchè delle cose, è sempre stata molto convinta: gli ebrei sono “colpevoli” di avere una solida identità alla quale non rinunciano. Mai.
    Avendo conosciuto molti ebrei e onorandomi molti di loro della loro amicizia, la prima cosa che noto è che possono parlare con accento romano come la mia amica Daniela, con accento salernitano come la mia amica Carlotta, avere un delizioso accento livornese come il mio amico Raffaele: ma rimangono sempre e comunque anzitutto ebrei, dentro. Pur ritenendosi ed essendo italianissimi ed anzi, alcuni di loro, persino rivendicandolo con orgoglio. E’ un po’ l’equivalente di quello che Croce, col suo “non possiamo non dirci cristiani”, tentò di far capire a molti integralisti del laicismo. Così come si può essere atei di fede ma cristiani di morale e dunque anche un ateo in realtà è imbevuto di morale cristiana, gli ebrei non possono non dirsi ebrei, anche quando atei. Solo che i cristiani non se ne rendono conto, gli ebrei sì. Ed è la loro forza. Qualche volta anche la loro debolezza. Perchè quando la devastante crisi del 1929 si abbattè sulla Germania, sebbene fosse una scemenza prendersela con l’intero popolo ebraico – la finanza era fatta anzitutto da banchieri protestanti, la finanza ebraica era una minoranza, senza contare che moltissimi ebrei cittadini comuni erano morti per la Germania durante la prima guerra mondiale – la scelta di Hitler di prendersela in massa con gli ebrei aveva una sua ratio: gli ebrei erano riconoscibili. Perchè prendersela con gli speculatori di Wall Street che avevano dapprima gonfiato l’economia tedesca fingendo di aiutarla a riprendersi per poi tagliargli i viveri, non sarebbe stato capito dal popolo tedesco. Invece, con gli ebrei era facile perchè erano lì. Occupavano molti spazi della società. Erano il nemico perfetto. Come gli apoti, non vaccinati, sovranisti, antisistema. E tutto il mainstream incanalò l’odio verso di loro perchè facilmente colpevolizzabili di quanto accaduto. Hitler passò solo alla cassa, sfruttando un capitale di odio che era pronto soltanto ad essere investito.
    Agli apoti sta accadendo lo stesso. Hanno un’identità, forse confusa, ancora da definire, ma che, proprio come per gli Stati Uniti, è prima ancora morale che etnica, religiosa o culturale. Ho spesso la percezione, ritenendomi parte del “popolo apota”, di essere antropologicamente diverso dagli altri. Non sto dicendo nel bene o nel male. Diverso. Dunque un’identità. Che, come spesso accade nei momenti della persecuzione, inizialmente è embrionale e poi si solidifica. Anche perchè l’elemento più solidificante di un’identità è il senso di estraneità. Si è prima ancora stranieri rispetto ai francesi, agli inglesi, agli spagnoli, poi si diventa italiani. E’ come quando alcuni gruppi si saldano proprio grazie alla presenza di un corpo estraneo da espellere: un fenomeno che come frequentatore di gruppi fisici e digitali, ho visto un’infinità di volte: arriva l’individuo estraneo e il gruppo si cementa sulla sua persecuzione. Analogamente, è come se si stesse delineando, presso noi apoti, una nazione morale prima ancora che etnica. Ed è questa nazione morale ad essere finita nel mirino dell’altra nazione morale.

    E’ per questo che il paragone tra ebrei e non vaccinati, dunque apoti, è azzeccatissimo. E’ tempo di fare redistribuzione di risorse, perchè ce ne sono sempre di meno. E c’è, dunque, bisogno di qualche “ebreo” da gasare.
    I non vaccinati sono perfetti come nuovi ebrei. Esattamente come erano perfetti gli ebrei originari negli anni Trenta. Anzi, delegittimando la loro identità a cui riferirsi, presto si farà l’ulteriore e forse definitiva scoperta: un uomo senza identità è assai più facile da sopprimere senza venire ricordato. Proprio come avveniva con gli ebrei, di cui si è sovente messa in discussione perfino la loro reale essenza. E’ per questo che in questi anni si è fatto di tutto per cancellare le identità. Quelli di troppo, quando non hanno identità, sono facilissimi da sopprimere.
    L’idea dello sterminio nacque quando persone comuni cominciarono a pensare o semplicemente a tollerare che altre persone non avessero pari diritti e pari dignità. Anche grazie a scienziati come i tantissimi che autorizzarono gli esperimenti scientifici sugli internati ad Auschwitz e negli altri campi di concentramento. Che peraltro pare che siano già in allestimento per i malati di Covid.
    Il resto fu solo una conseguenza. Sta accadendo di nuovo. E ne usciremo solo se ci costituiremo come nazione a parte, preparandoci a combattere.
    Oggi come oggi, perseguitarci è gratuito. E noi apoti non dobbiamo più consentirlo.
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  20. Su come molti atei in realtà non abbiano mandato in soffitta la mentalità religiosa, ho già scritto. Già citare qualcuno non viene considerato elegante, se poi si cita anche se stessi, si corre il rischio di farsi ridere appresso. Il lettore di fronte a “come ho già scritto in altre circostanze” è autorizzato a rispondere “A chi?” e ridere della vanità dell’autore. E poi, se i miei lettori si accorgessero che i miei articoli si ripetono in successione, anche a stimarmi, dopo un po’ chiuderebbero la pagina: l’orgasmo di leggere un articolista che la pensa come noi dura giustappunto il tempo dell’orgasmo. Poi si vogliono nuove emozioni, posto che i miei articoli siano all’altezza di provocarle. Ma se cito di nuovo questa mia convinzione è perchè essa si aggancia perfettamente a ciò di cui vorrei parlare.


    L’uomo, come ho già scritto (ok, non lo faccio più, scusatemi) anche quando non crede in Dio, non per questo smette di credere a cose assolutamente non dimostrate e non dimostrabili. Quella che più fa sorridere è l’idea che lo stato sia sempre interessato al bene della collettività. Perchè è forse quella che non solo di dimostrazioni ne contiene di meno ma, anzi, andando a ritroso della storia, è la percezione che più di tutte si avvicina al falso. Naturalmente, dal momento che non esiste alcuna evidenza della cosa, a maggior ragione il concetto di stato viene ammantato di un armamentario di simbolismi il cui scopo è unicamente quello di intimidire i cittadini, ponendoli in soggezione di fronte al Leviatano. Cioè di fatto ad un’entità incorporea o, per meglio dire, la cui corporeità risiede nella disponibilità di un singolo cittadino di sacrificare, dinnanzi ad esso, la propria individualità. Lo si definisce con la S maiuscola, si usa la C maiuscola per definire la Costituzione, del presidente si dice che è il Presidente Della Repubblica, con le prime lettere in maiuscolo. Ma chi non ha una visione religiosa dello stato, lo vede per quel che è. Un male necessario. Un prodotto della natura umana. Un’azienda il cui core business è fornire attraverso il pagamento delle tasse, la protezione a cittadini altrimenti incapaci di difendersi da soli. E dunque, essendo quella azienda divenuta stato, quella che quel core business lo soddisfa in meglio: perchè è il gruppo di persone che ha più uomini o perchè sono i più forti o i meglio armati, perchè assicura meglio i servigi che ne giustificano l’esistenza.
    Naturalmente, non sempre un gruppo è forte a sufficienza da ridurre a soggezione tutti gli altri e quello è il momento in cui sorge una guerra civile oppure si verificano rivoluzioni, cambiamenti violenti di regime. Che si verificano perchè i gruppi che si scontrano raramente condividono i medesimi valori e la pensano allo stesso modo.

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    Se si depura la propria concezione dello stato da ogni idealismo, si riesce anche a percepirne la sua necessarietà. Del resto, l’uomo è un animale sociale. In quanto tale, diversamente dal gatto che è in grado di procacciarsi da solo il suo topo e dunque scaccia ogni maschio si possa avvicinare, l’uomo ha bisogno di tessere dei legami per sopravvivere. E fin qui siamo tutti d’accordo. Siamo anche d’accordo che lo stato deve esistere, in qualche forma. Ma da qui a trasformare questo banale dato sociologico in una continua salmodia dello stato, è qualcosa che francamente si fa fatica a sopportare. Uno stato non ha niente di morale ma molto di pratico. Non è il frutto di un accordo a tavolino tra le parti come scriveva Di Pietro in un suo insulso bignamino sulla costituzione ma è anzi l’esatto opposto: il prodotto di un conflitto in cui c’è un vincitore che in quanto tale “detta legge”. E che, va da sè, farà di tutto per mantenere il proprio potere perchè se non lo facesse, un altro gruppo con altri valori, lo soppianterà.
    Si capisce già da questo che lo stato – e si badi bene, non potrebbe essere altrimenti – non è interessato ai suoi cittadini per loro ma per sè stesso. In quanto tale, se per garantire la propria sopravvivenza deve uccidere alcuni cittadini, lo farà. Come è già successo quando, per seguire i deliri espansionistici di qualche sovrano, lo stato non ha esitato a mandare a morte milioni di persone in questa o quell’altra guerra.
    Se emergeranno gruppi con valori diversi da quelli contenuti nello statuto, lo stato li perseguiterà fino a ridurli ai minimi termini. E dunque il cittadino deve diffidare dello stato nella medesima misura che lo porta a riconoscerne la necessarietà. Proprio per questo è anche inevitabile, naturale, umano, che il cittadino si guardi attorno e cerchi altri gruppi.



    Nel momento in cui si fuoriesce dall’inganno, si respira a pieni polmoni come se si fosse usciti da un paese dominato dal socialismo reale. Ma la libertà non è per tutti. L’uomo che smette di credere in Dio, non fuoriesce solo da una disciplina e da un insieme di regole. Esce anche da qualcosa che dà un senso alla sua vita. Al tempo stesso, chi esce dalla religione del Leviatano, esce da una serie di bugie, di opprimenti convinzioni imposte con tutta la forza di cui esso dispone. Ma esce anche dal conforto che può dare solo l’adesione ad un conformismo. Si smette di credere che lo stato pensi al bene dei cittadini e ci si accorge che il suo unico scopo è la conservazione dello status quo. Non si pensa più che lo stato voglia proteggere i suoi cittadini da un virus ma ci si chiede quanto il desiderio spasmodico di vaccinare in massa per proteggere la collettività, sia compatibile con le giornaliere campagne di riduzione della popolazione e con gli allarmi sul fatto che l’INPS non abbia più soldi, chè anzi questo virus costituisce un’occasione d’oro per risolvere o quantomeno attenuare entrambi questi problemi.
    La logica e la razionalità autorizzano i dubbi più atroci perchè le contraddizioni sono palesi.


    Uscendo dalla dimensione religiosa dello stato, si trova stupido chi ripone cieca fiducia negli altoparlanti attraverso i quali, sotto forma di intrattenimento, informazione, infotainment, il Leviatano tenta di spargere il suo seme. Il credente della religione Stato non consente alcuna eterodossia nel prossimo. Se anche solo osa guardarsi altrove, subito i sacerdoti della politica gli ricordano che il Leviatano è il signore dio suo e che non avrà altro dio all’infuori di esso.
    A quel punto, come nelle religioni tradizionalmente intese, l’umanità si divide in due: chi è abituato a non credere in nulla, non crederà neanche nel Leviatano. Chi crede, deciderà di recitare giornalmente la propria professione di fede. Crede in un solo dio, stato onnipotente, creatore di tutte le cose visibili e invisibili. E dunque ritenendo che bisogna “eliminare la mela marcia, affinché non infetti le altre mele del cesto”, eliminerà tutti quelli che mettono in discussione il dogma del potere dominante.


    A quel punto, quelli che invece vogliono continuare a credere nel Leviatano, casomai mentre offendono Cristo e coloro che ci credono, continuano a recitare la propria quotidiana professione di fede nel Leviatano. Non in chiesa ma sui social. Non davanti ad un prete ma davanti a Burioni. Chi è interiormente libero, decide di lottare per un altro stato e di dichiarare guerra a quello dominante.

    E’ tutta questione di indole.
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